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Sequenza interminabile di perchè

Nel post di oggi vorrei parlare di un problema con il quale tutti gli adulti si trovano a fare i conti quando devono interagire con un bambino. I bambini, sia maschi che femmine, a un certo punto della loro crescita attraversano la famosa fase del perché, da essere creaturine senza l’uso della parola diventeranno improvvisamente creaturine logorroiche, che pretenderanno risposte esaurienti alle innumerevoli domande sul perché di tutto ciò che gli capita intorno. Ora, come si deve comportare un adulto in tale circostanza? Se dessimo retta al famoso pedagogo Savino Pezza, le cui doti ci vengono narrate dal grande Natalino Balasso, dovremmo usare appunto la tecnica Pezziana che ci insegna che alla terza richiesta del perché l’adulto deve colpire con estrema violenza il punto P, all’altezza del cervelletto, di modo che il bambino, dopo essersi risvegliato giorni dopo, le prossime volte che si troverà a chiedere una sequenza interminabile di perché, inspiegabilmente alla terza si bloccherà… Ora, a parte gli scherzi, come ci si deve comportare davvero in una situazione del genere? Io ho osservato i miei nipoti e potrei dire con certezza che non chiedono il perché per sapere effettivamente qualcosa, lo chiedono perché hanno imparato questa parola e la mandano semplicemente in loop, questo è confermato dal fatto che mentre stai rispondendo alla loro richiesta spesso si mettono a fare altro non cagandoti minimamente di striscio, salvo il fatto che appena avrai finito di parlare semplicemente ti chiederanno di nuovo perchè. Il fatto, quindi, di cercare risposte esaurienti e esatte è praticamente tempo perso, quindi, dopo attenta analisi del fenomeno posso dire di aver trovato la risposta giusta, con la quale riesco ogni volta a interrompere il loop malefico. Al terzo perché domando “perché mi chiedi continuamente perché?”, a questa domanda l’infante si blocca, è spiazzato dal fatto che ha ricevuto come risposta una domanda, in più il fatto che non ascoltasse minimamente ciò che gli stavi dicendo lo manda ancor di più in confusione e rimane come imbalsamato a guardarti. Tu non devi far altro che spostare la sua attenzione su un balocco qualsiasi, e la magia è fatta, i perché sono svaniti e adesso c’è solo un nuovo gioco.

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Se un bambino ti chiede se Babbo Natale esiste

Le feste sono quasi finite, manca giusto la Befana e poi siamo a posto anche per quest’anno. L’altra sera parlando con uno dei miei nipoti, che ormai frequenta le scuole medie (spero si chiamino ancora così…), vengo a sapere che ha scoperto la non esistenza di Babbo Natale verso i sette/otto anni e che aveva già qualche sospetto avendo visto il padre cercare di sgattaiolare con tantissimi regali da una stanza all’altra della casa sperando di non esser visto. Per quanto mi riguarda invece la mia scoperta della non esistenza di Babbo Natale è stata abbastanza traumatica. Ero un bambino felice e spensierato di circa sei anni e stavo tornando a casa a bordo dello Scuola-bus quando, parlando con un bambino più grande di me, vengo a conoscenza che non sarebbe stato Babbo Natale, a cui avevo da poco scritto la mia bella letterina, a portarmi i doni, ma sarebbero stati i miei genitori. Ammetto che per me, forse per via della tenera età, fu un vero e proprio shock, rimasi impietrito e mi misi seduto da solo, nella mia testolina giravano un sacco di pensieri e proprio mentre uno di loro prendeva il sopravvento si aprirono le porte del bus, la mia fermata. M’incamminai verso casa ancora visibilmente turbato, mi avvicinai al portone e suonai il campanello, mi aprì mia madre che mi chiese cosa fosse successo e io di botto “siete tu e Papà che mi fate i regali a Natale vero?” lei esitò e io di nuovo “vuol dire che Babbo Natale non esiste… siete voi…” lei annuì e io scoppiai a piangere ringraziandola per i doni che avevo e che avrei ricevuto. Così, per cercare di essere preparato se uno dei miei nipoti dovesse mai farmi una domanda del genere, ho pensato di documentarmi su come e cosa si potrebbe e dovrebbe rispondere. Ho trovato le risposte più disparate, da chi vorrebbe negare tutto e cercare di convincere il bambino che si sbaglia e che quindi Babbo Natale esiste, a chi consiglia di psicanalizzare il bambino istantaneamente e cercare di capire quale risposta preferirebbe, a chi consiglia di rispondere “se ci credi allora è vero!” che non è una risposta, insomma, mi pare che ci sia una bella confusione. Quindi io da traumatizzato propongo di dire tutta la verità nient’altro che la verità dica lo giuro… mmm… no quella è un’altra cosa… Comunque essere sinceri pagherà sicuramente e io ho trovato la risposta più veritiera e scientifica proprio nel web, ed è la seguente.

Nessuna specie conosciuta di renna può volare. Ci sono però 300.000 specie di organismi viventi ancora da classificare e, mentre la maggioranza di questi organismi è rappresentata da insetti e germi, questo non esclude completamente l’esistenza di renne volanti, che solo Babbo Natale ha visto.
Ci sono due miliardi di bambini (sotto i 18 anni) al mondo. Dato però che Babbo Natale non tratta con tutte le religioni il carico di lavoro si riduce al 15% del totale, cioè circa 378 milioni. Con una media di 3,5 bambini per famiglia, si ha un totale di 98,1 milioni di locazioni. Si può presumere che ci sia almeno un bambino buono per famiglia. Babbo Natale ha 31 ore lavorative, grazie ai fusi orari e alla rotazione della terra, assumendo che viaggi da Est verso Ovest. Questo porta ad un calcolo di 822,6 visite per secondo. Questo significa che, per ogni famiglia Cristiana con almeno un bambino buono, Babbo Natale ha circa un millesimo di secondo per :
– trovare parcheggio ( cosa questa semplice, dato che può parcheggiare sul tetto e non ha problemi di divieti di sosta );
– saltare giù dalla slitta;
– scendere dal camino;
– riempire le calze;
– distribuire il resto dei doni sotto l’albero di Natale;
– mangiare ciò che i bambini mettono a sua disposizione;
– risalire dal camino;
– saltare sulla slitta;
– decollare per la successiva destinazione.
Assumendo che le abitazioni siano distribuite uniformemente ( che sappiamo essere falso, ma accettiamo per semplicità di calcolo ), stiamo parlando di 1.248 Km per ogni fermata, per un viaggio totale di 120 milioni di Km. Questo implica che la slitta di Babbo Natale viaggia a circa 1040 Km/sec, a 3000 volte la velocità del suono. Per comparazione, la sonda spaziale Ulisse ( la cosa più veloce creata dall’uomo ) viaggia appena a 43,84 Km/sec, e una renna media a circa 30 Km/h.
Il carico della slitta aggiunge un altro interessante elemento : assumendo che ogni bambino riceva una scatola media di Lego ( del peso di circa 1 Kg ), la slitta porta circa 378.000 tonnellate, escludendo Babbo Natale ( notoriamente sovrappeso ). Sulla terra, una renna può esercitare una forza di trazione di circa 150 Kg. Anche assumendo che una “renna volante” possa trainare 10 volte tanto, non è possibile muovere quella slitta con 8 o 9 renne, ne serviranno circa 214.000. Questo porta il peso, senza contare la slitta, a 575.620 tonnellate. Per comparazione, questo è circa 4 volte il peso della nave Queen Elizabeth II ).
Sicuramente, 575.620 tonnellate che viaggiano alla velocità di 1040 Km/sec generano un’enorme resistenza. Questa resistenza riscalderà le renne allo stesso modo di una astronave che rientra nell’atmosfera. Il paio di renne di testa assorbirà 14,3 quintilioni di Joule per secondo. In breve si vaporizzerà quasi istantaneamente, esponendo il secondo paio di renne e creando assordanti onde d’urto ( bang ) soniche.
L’intero team verrà vaporizzato entro 4,26 millesimi di secondo.
CONCLUSIONE : Babbo Natale non esiste.

Auguri speciali

Sollecitato da mia nipote a cercare una colonna sonora per il giorno di Natale mi sono messo alla ricerca delle più belle canzoni natalizie. Dopo aver inserito nella compilation le classiche Jingle Bells o Last Christmas mi torna alla mente che anche il mito John Lennon scrisse una canzone sul Natale e infatti, cercando su Youtube la versione a più alta qualità, trovo questo video (avviso che le immagini possono turbare):

E’ curioso l’effetto che può produrre una canzone così bella montata su delle immagini così scioccanti, ti porta a riflettere. E anche il testo della canzone, anche se davvero semplice, ti porta a riflettere e a pensare che forse, c’è poco da festeggiare. Quindi senza sfociare nel prolisso, i miei migliori auguri quest’anno li conservo per i bambini che in un periodo che dovrebbe essere il più spensierato e gioioso dell’anno, sono costretti a vivere sotto le bombe, o negli ospedali di guerra. E anche se non credo nella speranza, faccio un eccezione e mi auguro che la vostra sofferenza possa finire al più presto.

Figli? Si o no?

Una leggenda asiatica dice più o meno che un uomo, per considerarsi tale, deve in vita sua aver scritto almeno un libro, deve aver piantato almeno un albero e aver messo al mondo almeno un figlio. Il significato di tali azioni è presto detto: il libro perché devi consegnare ai posteri ciò che in vita hai appreso, l’albero perché simbolo inequivocabile di fecondità, e il figlio per perpetuare e onorare la tua famiglia. Ora, io non ho mai scritto un libro, al massimo ho scritto qualche post su questo blog, e tra l’altro non mi sentirei neanche in grado di farlo (oddio, mi si potrebbe dire che se ci sono riusciti alcuni noti calciatori ci possono davvero riuscire tutti…), non ho mai piantato un albero, se si escludono alcune piantine di peperoncino, timo, rosmarino e altre piante aromatiche che curo solo ed esclusivamente per usarle come ingredienti in cucina, ma soprattutto non ho mai fatto un figlio, e sinceramente non mi passa proprio per l’anticamera del cervello moltiplicarmi. Cosa vuol dire? Che non sono un vero uomo? Bha… Punti di vista… Comunque, caro avido lettore vorrei soffermarmi proprio sull’argomento “non voler fare figli”. Premetto subito che, a differenza dei media che, ho potuto leggere su un quotidiano, hanno timore di affrontare l’argomento che potrebbe urtare la sensibilità maschile e femminile di tutte le persone che non condividono la scelta di non procreare, io simpaticamente me ne sbatto, anche perché i suddetti mentre ci davano dentro a profusione per concepire i loro “minime”, non credo si chiedessero quanto le loro azioni avrebbero urtato la MIA sensibilità. Quindi no, io non voglio fare figli, quell’istinto che nel mezzo del cammin di nostra vita prende piede nella psiche della maggior parte degli individui e che potrebbe riassumersi nelle parole “voglia di maternità” o nel mio caso “paternità” in me non perviene. Intendiamoci, non è che non mi piacciano i bambini, ho tre bellissimi nipoti che vedo saltuariamente e con loro rido, scherzo, gioco, mi diverto e faccio lo zio, ruolo che tra l’altro mi calza a pennello e che adoro, è solo che non ne voglio di miei. I bambini a mio avviso sono molto impegnativi e così come possono dare grandi soddisfazioni possono, e devono, irrimediabilmente cambiarti la vita, volenti o nolenti al momento che metti un figlio al mondo devi rinunciare a tutti o parte dei tuoi progetti. Hanno bisogno, e diritto, a una stabilità economica che in moltissimi casi non c’è, soprattutto nell’attuale situazione economica del nostro paese e dell’Europa. Non parliamo poi del fatto che credo si debba essere portati e preparati a fare il padre o la madre, credo che un apparato riproduttivo funzionante non sia abbastanza per sentirsi in diritto di procreare, e al momento non mi sento in grado di poter far crescere, fisicamente e psicologicamente nel modo giusto, un altro individuo. Proprio quest’ultimo punto mi fa tornare alla mente un film di serie B che qualche anno fa ho visto, la pellicola demenziale in questione è “Idiocracy”. Il lungometraggio non è niente di che ma l’intro (che poi si dice Intro in un film? O è prerogativa dei pezzi musicali? Bho….) mi ha colpito in particolar modo e riporta alla mia mente ragionamenti simili che in passato avevo fatto, guardatelo cliccando qui. Insomma, in poche parole io non voglio figli e credo inoltre, che molte persone ne facciano senza ponderare adeguatamente tale scelta, magari perché presi dalla pulsione istintuale della procreazione o magari dalla passione o dall’amore, ma come diceva uno mooolto più intelligente di me “Poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame”…

Marmocchia

Ho una preoccupazione. Cioè, ne ho più di una, come tutti del resto, ma questa non ci voleva proprio. Non sto parlando della mia vita, perché quella fortunatamente sta andando a piccoli passi dove voglio che vada, si ok lavoro millemila ore e mi pagano poco ma quando cambi tipo di lavoro e da una carriera ti butti su un’altra non puoi pensare di avere subito chissà quale stipendio… quindi avanti così a fare esperienza. Sto parlando della vita di qualcun altro, qualcuno che di vita ne ha assaggiata pochissima essendo una marmocchia. E’ mia nipote. Ha sei anni e non se la passa molto bene in questo periodo, e per di più i medici non riescono a capire cos’ha. Forse farei bene a chiedere l’intervento del Dr. House, lui riuscirebbe sicuramente a svelare l’arcano… Lei è quello che i medici definiscono “un soggetto atipico”, che quando me l’hanno detto ho pensato subito “non è atipica, è originale… tiè!”. Ha da sempre sfoghi sulla pelle dovuti sia a un’intolleranza alimentare abbastanza forte, e sia al fatto che ha una pelle molto delicata. Adesso gli è venuta la febbre e non riescono a mandargliela via, hanno fatto un sacco di esami e da questi è risultato che è entrata in contatto con un batterio di cui non ricordo il nome, ma che ora sembra essere scomparso, domani la ricoverano in un centro diagnostico, e io sono preoccupato… molto preoccupato…

Battezzato alla vigilia

Oggi mio nipote mi ha battezzato. Qualcuno si ostina a chiamarla acqua santa… Io la chiamo pioggia dorata. Madre (ndr: sorella del Corvo) intenta nei suoi lavori mi dice “cambia il bimbo”, con una nota di autoritarismo misto a esaurimento nervoso imminente (non posso negarlo), così tolgo il pannolino all’infante e lui guardandomi coi suoi meravigliosi occhi blu e un sorriso a zero denti s’immedesima in un idrante e inizia a innaffiare l’intorno, me compreso. Impreco. Lui mi guarda e ride, poi smette, e nel silenzio sento Madre che avendo udito il mio rosario si spertica letteralmente. Si affaccia nipote femmina (quattro anni) “ah ah ah zio, ha beccato anche te!” e se ne va. Sono zitto, bagnato, e un tantino umiliato. Poi lo guardo, gli do un bacio e lo cambio. Finito di sistemarlo mi accomodo sul divano con lui in collo, accanto a noi c’è l’albero di Natale, lui è preso dalle lucine, guarda con stupore l’intermittenza delle luci, poi sospira e si getta letteralmente addosso a me in un abbraccio tenero. Non so perché l’abbia fatto, se fosse voluto, probabilmente no, ma è stato bello, davvero bello. Domani è il tuo primo natale e sarà meraviglioso, come te, e forse nella semi-coscienza di bambino in fasce mi concederai un altro dei tuoi teneri abbracci.

A testa in giù

Oggi alla radio (non ricordo neanche di quale stazione si trattasse, che poi si dice stazione? O è canale? Bho…) chiedevano agli ascoltatori, potendo tornare indietro nel tempo, a quale ricordo sarebbero tornati più volentieri. Non so per quale strano motivo ma la mia mente mi ha riportato a un ricordo che avevo quasi rimosso. In un momento era chiaro e limpido. Avevo circa cinque o sei anni ed era estate, avevo appena corso una gara in bici, di quelle gare che si fanno nelle piccole cittadine per onorare il patrono o robe del genere. Ricordo che la vinsi quella gara, non per particolari meriti, semplicemente avevo il mezzo più adatto. Mi spiego meglio, erano i tempi che uscivano le prime mountain bike, ovviamente tutti i bambini si presentarono con le suddette, alcuni con delle bici più grosse di loro, non arrivavano a toccare i piedi in terra, tanto che alcuni genitori dovevano tenerli per il sellino prima della partenza per non farli cadere. Io senza rimorsi mi presentai con la classica bmx anni ottanta, l’unico senza protezioni e caschetto. Chiariamo subito che non mi presentai in questo modo perché avevo difficoltà economiche, semplicemente non me ne importava niente, né della gara, né dell’attrezzatura, a sei anni ero davvero il bambino più spensierato che esistesse. Fatto sta che al via li bruciai tutti, mentre io pedalavo all’impazzata e mi preparavo ad affrontare la prima curva loro continuavano a smanettare con il cambio, credendo che potesse dare loro chissà quale vantaggio. Per farla breve vinsi la gara facilmente. Subito dopo qualcuno mi consegnò una medaglia da primo classificato, io la osservai per qualche secondo e poi la consegnai a mia madre senza curarmene più di tanto. Subito dopo quell’episodio vidi una ringhiera a bordo pista e il mio cervellino da infante allegro e beato pensò che sarebbe stato bello dondolarsi a testa in giù da quella ringhiera, e così feci. I miei genitori e alcuni conoscenti non sapevano più dove fossi finito, finchè mio padre mi vide, e senza disturbarmi non fece altro che scattarmi una foto. Incurante di aver vinto, spensierato, senza dover dimostrare niente, senza chiedere di più, semplicemente vivendo quell’attimo di giovinezza. Lì. A testa in giù. Appeso alla ringhiera.

Incontro fortuito con i parenti

Capita a tutti credo almeno una volta nella vita di incontrare fortuitamente dei vecchi parenti per strada, gente di cui fondamentalmente non sai niente, di alcuni stenti addirittura a riconoscerne la fisionomia del volto. Mentre tu li osservi avvicinarsi nella tua mente solo una domanda: “Chi c…o sono questi?”. Non hai tempo di andare a cercare nei cassetti della memoria anche solo una minima traccia di loro, perché ti stanno già salutando, sono già partiti con le domande di rito, come stai, il lavoro tutto bene, come stà mammà, e un’altra vagonata di domande insulse alle quali rispondi con una serie infinita di si si tutto bene. Poteva essere finito qui il supplizio? Certo che no perché i parenti si riproducono, infatti mentre balbetti luoghi comuni i tuoi piccoli consanguinei ti stanno letteralmente svuotando le tasche, uno ti si è attaccato a una gamba e non ti molla neanche a scuoterlo come una maracas. Alla fine, probabilmente mossi a compassione, il papà fa un doppio placcaggio e ne immobilizza due, la mamma cerca a strattoni di sfilarti il terzo dalla gamba e dopo vari tentativi fortunatamente ci riesce… Li liquidi rapidamente con un classico “scusate, ho un appuntamento… devo andare!”. Mentre te ne vai sono due i pensieri, uno è il solito di prima “Chi c…o sono questi?” e l’altro è un film mentale horror splatter con protagonisti i tre pargoli appena salutati. A questo punto non resta che indagare, telefono alla mano e chiamare genitori, breve descrizione a madre che mi informa essere i cugini di mio padre, risolto l’arcano.

Mr. Beard e sua figlia

Ho trovato questo e lo dovevo troppo postare, ma questa bambina è meravigliosa o fa questo effetto solo a me?
Per la cronaca secondo me la reazione della bimba è del tutto giusta, mi avete fatto crescere con Mr. Beard e adesso mi ridate indietro un padre glabro?
E io PIANGOOO!!!

Pubblicità strappalacrime? No grazie….

Da qualche giorno quando vado su Youtube trovo tra i consigli questo breve video di circa tre minuti,

il messaggio è molto semplice e ribadito nel titolo “Dare è la migliore comunicazione”. Il video è davvero molto commovente e toccante e mostra come il senso di solidarietà tra estranei possa rivelarsi importante per il benessere di tutti. Credo che il messaggio sia una sorta di “damose na mano” che, vista la situazione economica e politica attuale del nostro amato pianetino blu, non mi pare neanche troppo fuori luogo. Quello che mi fa pensare, oltre al fatto che è stata usata una storia tanto banale quanto tragica, è che nella realtà tutto ciò ha una probabilità di accadere pari a quella che domattina mi sveglio e trovo E.T. che mi porta la colazione a letto con tanto di quotidiano. Ma quando mai uno ti paga le spese mediche per un intervento chirurgico di quelli da questione di vita o di morte, perché vent’anni prima gli hai regalato un piatto di minestra e due scatole di farmaci, ‘a cazzaro d’un pubblicitario!!!! Ma per favore vogliamo smetterla di prendere per il di dietro la gente normale? Ma perché non lo fanno vedere al governo del “FARE” questo video? Può darsi che cambino quel fare con un dare, ma è vero anche che se dessero quanto hanno fatto probabilmente staremmo combinati esattamente come adesso, o forse peggio. Mi si dirà che spesso la pubblicità mette in video situazioni surreali, è vero, se vedo una macchina che va sull’acqua è ovvio che è una bufala, ma questa storia è presentata come reale, non c’è nessun elemento che mi faccia intendere di essere nella fantascienza o nel surreale. Poi cosa c’entri un’azienda di telefonia con questa pubblicità non lo so, forse solo lo slogan, perché quella gente il telefonino non credo che se lo possa permettere, tra l’altro sono pure thailandesi e non sono proprio un popolo ricco che io sappia. In definitiva comprendo e condivido il messaggio ma penso che poteva esser presentato in modo un po più leggero, lo sappiamo che stiamo di merda, non c’è bisogno che ce lo ricordiate anche nelle pubblicità.