Categoria: ricordi

SIC 58

Oggi è l’anniversario della morte di Marco Simoncelli, ci ha lasciati a Sepang in questa stessa data sette anni fa al Gran Premio di Malesia. Se volete sapere come si può essere campioni e allo stesso tempo persone genuine e semplici guardatevi il video qua sotto.

Ciao Sic, per sempre nei nostri cuori.

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Passeggiata in darsena

Stamattina mi sono svegliato come al solito, completamente spettinato, occhi da tossico, umore da condannato a morte, voce da posseduto, e come sempre, col passo da bradipo che mi contraddistingue (ma non ero un Corvo? Mha…) mi sono recato in cucina a fare colazione. Mentre mi mangiavo il mio panino (si, io mangio salato alla mattina), come un lampo nel cervello, mi sono tornate alla mente le immagini del sogno che avevo fatto la notte. Sono rimasto qualche minuto come imbalsamato, con gli occhi sgranati e il panino in bocca, la mia mente riusciva a ricordarsi quasi perfettamente l’intero sogno, e non è stato un sogno da centro commerciale, no, è stato da negozietto di anticaglie, quelli dove riesci a trovare le cose a cui ti affezionerai di più. Ho sognato una persona davvero cara che purtroppo anni fa se n’è partita per l’alto regno, perché si, se davvero c’è un alto regno, lui è andato sicuramente là. Nel sogno ce ne siamo andati in giro a braccetto per una città di mare, non saprei neanche dire quale fosse, ricordo solo che camminavamo tranquilli parlando lungo la darsena di un porticcioletto con le barche a vela. Una bella passeggiata conversando del più e del meno, senza preoccuparsi minimamente di dove stessimo andando, quelle classiche situazioni insomma, di formidabile spensieratezza. Nel sogno non ero cosciente della sua dipartita, era come se non se ne fosse mai andato e come quando era in vita mi raccontava il suo passato usando quelle sue buffe espressioni dialettali. A volte, mentre svolgo azioni quotidiane mi tornano in mente i suoi modi di dire, e sorrido malinconicamente, sento un’emozione che ha dentro di sé gioia e tristezza in ugual misura, quella che ti fa ridere e piangere nello stesso momento, la chiamano nostalgia. Dopo la passeggiata in darsena mi ha detto che doveva comprare qualcosa, quindi ci siamo diretti verso le vie del centro. A questo punto del sogno ho percepito come una sorta di fretta in lui, sia nelle movenze che nelle sue parole, doveva far presto e non so proprio dire perché. A un certo punto si è fermato di scatto, e guardandomi con un’espressione serena e amorevole mi ha detto “mi raccomando”, senza aggiungere nient’altro, subito dopo mi sono svegliato. Non ho idea di cosa possa significare questo sogno, e lungi da me considerarlo un messaggio dall’aldilà, non credo a queste cose, solo mi chiedo cosa possa voler dirmi la parte inconscia di me stesso, resta il fatto che è stato uno dei più bei sogni che abbia mai fatto, non perché sia successo chissà che, ma solo ed esclusivamente perché ho potuto riassaporare per un po’ quella sensazione di tranquillità e gioia che provavo quando nonno era ancora con me.

Nuove e vecchie mode

C’è un’usanza strana qua in oltralpe, da parte di ragazzine appena maggiorenni o quasi. L’ho notato non perché vada dietro alle pischellette, come si suol dire tengo un’età e non sono certo un pedofilo, ma semplicemente perché è impossibile non notarle. Si tratta di un particolare make up che apportano ai loro volti. Si tratta di un trucco a dir poco marcato e abbondante che le fa sembrare statue di metallo, mi spiego meglio, quando le incroci per strada e hai l’opportunità di osservarle da vicino noti una patina color oro sui loro visi, ricordano Dolores O’Riordan nel video di Zombie… Sicuramente si tratta di una moda e parlarne in modo dispregiativo sarebbe quantomeno da persone poco intelligenti visto come ci vestivamo noi che pischelletti lo eravamo nei primi anni novanta… Ricordate vecchietti e vecchiette? C’era un indumento che ha segnato la nostra generazione, ce l’avevano tutti i maschi, ma spesso lo usavano anche le femminucce, sto parlando del “Bomber”. Il colore esterno variava dal nero, blu scuro, verde o vinaccia, ma era l’interno che lo distingueva da tutti gli altri tipi di giacche a vento, arancione acceso! Se lo indossavi al contrario eri visibile da chilometri… anche al buio… E poi l’immancabile camicia a quadri di due taglie più grandi che usciva da sotto il bomber a formare una specie di gonnellona… Quando ci ripenso mi chiedo come abbia fatto ad andare in giro in modo così ridicolo, ma quando sei pischello è così, sei felice di non capire un c….

Fino a qui tutto bene

Ieri sera mi sono guardato un filmetto che mi ha fatto tornare alla mente momenti di vita piacevoli ma passati da tempo. Il periodo a cui mi riferisco è quello dell’università, quel periodo della vita in cui sei giovane e pieno di speranze, che si, se non sei completamente idiota, in breve riuscirai a capire che molte lo rimarranno (soprattutto in Italia). Comunque il film s’intitola “Fino qui tutto bene”, cliccaci sopra per vedere il trailer. Il film prende spunto, oltre che dalla vita di un qualunque giovane universitario, da un documentario che fu realizzato alcuni anni prima proprio dallo stesso regista che poi ha diretto il film. Il documentario s’intitola “L’uva migliore” aricliccaci sopra se vuoi vedere il documentario. Il titolo l’uva migliore viene preso dalla dichiarazione di uno studente, presumo di Agraria, il quale asserisce che la vite dà il meglio di se nel momento in cui viene messa in difficoltà, in sofferenza insomma, metafora per far capire che probabilmente anche lo studente universitario dei giorni nostri ha lo stesso destino dell’uva, se poi una volta finito il percorso di studi sarà il migliore è ancora tutto da dimostrare. Comunque entrambi le creazioni del regista Roan Johnson sono davvero carine e piene di spunti di riflessione, e poi anch’io da buon toscano ho vissuto per un periodo la città di Pisa, e guardarla ha sempre un fascino particolare, anche quando sono anni che non la frequenti più, con Piazza dei Miracoli affollata di turisti, con l’Arno che placido scorre in mezzo alla città, con migliaia di studenti da tutta Italia che zaino in spalla cercano di crearsi un futuro. Quanti ricordi…

C’è chi spenge il cervello

Giornata grigia, rumore di pioggia battente fuori dalla finestra. Pensieri di persone care che hanno cambiato modo di pensare, anzi no, per certi versi hanno smesso di pensare. Come si può cambiare così drasticamente il modo di alimentare la propria mente, come si può passare da scrittori come Gabriel García Márquez a Novella Duemila, oppure in campo musicale da musicisti/poeti del calibro di Massimo Bubola a X Factor & Company… Non ci credo, anzi, non voglio crederci. Non me lo spiego. Come si può rinunciare a tanta bellezza per uniformarsi alla media. Mi dispiace. Ricordo poesie, musiche, racconti da occhi lucidi. Ricordo lettere delle quali invidiavo la scelta delle parole. Ricordo fame, fame di sapere, di scoperta di sé. E ora cosa c’è invece? Il tormentone dell’estate? L’ultima battuta idiota del comico di turno? O magari parliamo del prossimo cinepanettone? Non lo sopporto questo schifo. E cambia pure il carattere, egoismo dilagante, zero profondità, sorrisi finti come i soldi del Monopoli. Riunirsi in famiglia mi comincia a pesare, sto sempre più in silenzio, non vedo l’ora che i pranzi o le cene finiscano. Cazzo quanto mi dispiace!!!

La notte delle stelle cadenti

Stanotte è la notte delle stelle cadenti, la mitica notte di San Lorenzo. Per i più questa notte è legata ai desideri, perché si sa, quando vedi una stella cadente in cielo devi esprimere un desiderio… si… come se un sassolino che entra ad alta velocità nella nostra atmosfera incendiandosi potesse in qualche modo facilitare l’avverarsi dei nostri desideri… va bè… punti di vista… Comunque la maggior parte della gente ci crede, e quindi puoi tentare di far volgere il tutto a tuo favore. Io, verso i quindici/sedici anni, usavo la scusa delle stelle cadenti per restare fuori tutta la notte con gli amici. Era diventata un’abitudine, ogni anno i nostri genitori sapevano che la notte di San Lorenzo saremmo tutto il tempo a guardare le stelle… si… punti di vista… partivamo con tende, chitarre, fornellini da campo, zampironi anti zanzare, materassini, costumi e cambi per la notte. Poi mezzoretta prima di arrivare nel punto della spiaggia prescelto ritrovo al supermercato a fare il pieno di cibo e alcolici… troppo giovani? Punti di vista… In quelle notti facevamo di tutto, canzoni, scherzi, sbronze, bagni notturni, i primi pseudo rapporti, insomma tutto tranne che guardare le stelle… e i nostri genitori avranno creduto davvero che saremmo andati a vedere le stelle cadenti? Si, no? Va bè… Punti di vista…

A testa in giù

Oggi alla radio (non ricordo neanche di quale stazione si trattasse, che poi si dice stazione? O è canale? Bho…) chiedevano agli ascoltatori, potendo tornare indietro nel tempo, a quale ricordo sarebbero tornati più volentieri. Non so per quale strano motivo ma la mia mente mi ha riportato a un ricordo che avevo quasi rimosso. In un momento era chiaro e limpido. Avevo circa cinque o sei anni ed era estate, avevo appena corso una gara in bici, di quelle gare che si fanno nelle piccole cittadine per onorare il patrono o robe del genere. Ricordo che la vinsi quella gara, non per particolari meriti, semplicemente avevo il mezzo più adatto. Mi spiego meglio, erano i tempi che uscivano le prime mountain bike, ovviamente tutti i bambini si presentarono con le suddette, alcuni con delle bici più grosse di loro, non arrivavano a toccare i piedi in terra, tanto che alcuni genitori dovevano tenerli per il sellino prima della partenza per non farli cadere. Io senza rimorsi mi presentai con la classica bmx anni ottanta, l’unico senza protezioni e caschetto. Chiariamo subito che non mi presentai in questo modo perché avevo difficoltà economiche, semplicemente non me ne importava niente, né della gara, né dell’attrezzatura, a sei anni ero davvero il bambino più spensierato che esistesse. Fatto sta che al via li bruciai tutti, mentre io pedalavo all’impazzata e mi preparavo ad affrontare la prima curva loro continuavano a smanettare con il cambio, credendo che potesse dare loro chissà quale vantaggio. Per farla breve vinsi la gara facilmente. Subito dopo qualcuno mi consegnò una medaglia da primo classificato, io la osservai per qualche secondo e poi la consegnai a mia madre senza curarmene più di tanto. Subito dopo quell’episodio vidi una ringhiera a bordo pista e il mio cervellino da infante allegro e beato pensò che sarebbe stato bello dondolarsi a testa in giù da quella ringhiera, e così feci. I miei genitori e alcuni conoscenti non sapevano più dove fossi finito, finchè mio padre mi vide, e senza disturbarmi non fece altro che scattarmi una foto. Incurante di aver vinto, spensierato, senza dover dimostrare niente, senza chiedere di più, semplicemente vivendo quell’attimo di giovinezza. Lì. A testa in giù. Appeso alla ringhiera.