Archivi categoria: riflessioni

Nuovi “Talenti” crescono… male…

Ultimamente sulla scena musicale si affacciano sempre più giovani artisti che catalizzano l’attenzione di grandi e piccini sul genere musicale hip pop importato direttamente dagli Stati Uniti d’America. Da questo particolare genere nascono, come è sempre successo, nuovi generi come il trap, il rap e altri. Sinceramente sia l’hip pop che i suoi sotto-generi non sono mai stati troppo di mio gradimento, ma ho saputo apprezzare tanti artisti nonostante quel tipo di musica non fosse tra i miei preferiti. Ricordo un grandissimo 2Pac, o per restare in terra italica un piacevolissimo Frankie hi-nrg mc, qualcosa degli Articolo 31 quando J-Ax ancora collaborava con Dj Jad, non mi dispiacciono alcuni lavori di Fabri Fibra, insomma, diciamo che non amo il genere ma so apprezzarlo. Il problema si verifica però quando, vista la moda che imperversa in campo musicale, tutti i ragazzini “ci provano” tentando di sfondare non avendo talento e puntando più che sulla qualità dei pezzi, sull’immagine modaiola di sè stessi spesso diffusa a più non posso sui social network. Ammetto tranquillamente che anche ai miei tempi (mamma mia come fa vecchio questa frase… quasi quasi la cancello e scrivo un più vago “negli anni novanta”… naaaa laciamo così com’è, del resto le rughe si guadagnano…) si trovava robetta da voltastomaco, ma sicuramente non c’era questa bramosia di atteggiarsi e arrivare a tutti i costi. Il fatto è anche che ai miei tempi (aridaje….) la musica per la maggior parte veniva suonata, e ciò implicava che si dovesse prendere in mano uno strumento e farsi sanguinare letteralmente le dita fino a padroneggiarlo abbastanza da comporre un pezzo. Oggi invece con un qualsiasi software per il montaggio musicale si può tranquillamente creare una canzone senza dover suonare alcun strumento, e questo credo sia uno dei motivi per i quali dobbiamo assistere a questa vera e propria invasione dei sottogeneri dell’Hip Pop sulla scena musicale. Prima ho accennato all’atteggiarsi di questi nuovi artisti, si, perché qualche anno fa o avevi la zeppola o non potevi fare il rapper, oggi invece il “must” sono tatuaggi, canne e occhiali improbabili. Ovviamente contornati da gesti particolari con le mani e aria da “sono un uomo vissuto anche se ho a malapena vent’anni”…

PS: questo post nasce dopo una riflessione e tante, tante, ma tante risate dopo la visione di questo. Capitemi, questo bambino pronuncia il nome dell’immenso invano, accostandosi al suo nome e alla sua opera… dopo le risate ho pensato “deve essere punito!”.

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Terra

Oggi non scrivo niente, e qualcuno potrebbe obiettare “ma in questo momento stai scrivendo!”, e avrebbe pure ragione, ma io volevo semplicemente dire che quello che leggerete (se vi va ovviamente, in questo luogo non ci sono obblighi o catene di nessun genere) non sarà farina del mio sacco ma di un Signore di nome Carl Edward Sagan, e non indugiando oltre vi auguro buona lettura…

Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di presuntuose religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi. La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora. Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.

Pensiamoci…

Riunione

Ogni settimana, a lavoro, facciamo una riunione che i capi amano chiamare “Briefing” per discutere di come abbiamo lavorato durante la settimana e correggere eventuali errori. Ora, lasciamo perdere il fatto che il vero e proprio Briefing si fa “prima” che inizi la settimana lavorativa, ma il significato di questa parola probabilmente sfugge a molte persone là dentro, il punto è che quando facciamo queste specie di riunioni il Capo parla per quarti d’ora del nulla cosmico… dell’antimateria… del vuoto pneumatico… E’ assolutamente insopportabile. Parte come qualsiasi banalissimo oratore da azienda con “Bene, benvenuti a questo briefing, oggi parleremo di come è andata la settimana e di cosa possiamo fare per migliorarci…” e poi si perde aprendo quattordicimila parentesi e non chiudendone nessuna, tanto che spesso perde il filo chiedendo a noi “dov’ero rimasto?” e l’unica risposta idonea sarebbe “eri rimasto al gran cxxxo che ce ne frega…”, bè, caro Capoccia, intanto potresti cercare di farla breve visto che questa maledettissima riunione viene fatta a fine turno e l’unica cosa che ci preme è andarcene via, poi cerca di essere un minimo sintetico perché le tue parole hanno l’effetto di un sonnifero somministrato in dosi da cavallo, e in fine fai un corsettino d’inglese e smetti di chiamarlo Briefing che proprio non lo è…

Mondo fantastico o posto di lavoro

Ogni giorno mi sveglio, e so che dovrò correre più del leone… mmm… no, quella è un’altra storia. Ogni giorno mi sveglio e dopo il rito della colazione e del bagno, mi dirigo a bordo della mia utilitaria verso il posto di lavoro. Una volta varcata la soglia, come in un vecchio classico della Disney, vengo catapultato in un mondo fantastico popolato da varie creature, alcune benevole, altre maligne, che sgambettano indaffarate tutte per lo stesso motivo, raggiungere il massimo risultato con il minimo impiego di mezzi. La creatura più temuta è il “Gran Capo”, sempre serio e austero si aggira per il mondo incantato senza che in effetti nessuno sappia cosa faccia in concreto, ma lui è il Gran Capo e sa di esserlo, quindi cerca di raggelare con lo sguardo chiunque pensi, anche solo per un secondo, di mettere in discussione il suo ruolo. Poi c’è il “Gran Capo due”, completamente diverso dal primo il Gran Capo due è alla vista un pacioccone, un personaggio cicciottello con la battuta pronta che nel quotidiano riesce a trovare sempre il modo di farti fare una risata, ma anche lui ha un lato oscuro, quando sale la tempesta si trasforma in un Gargoyle che sputa fiamme e terrorizza i passanti. Nella scala gerarchica subito dopo il Gran Capo due ci siamo noi gli “Alfieri”, noi siamo quelli che svolgono in concreto tutto il lavoro, divisi per mansione portiamo avanti la baracca. Noi Alfieri siamo cinque, tutti quasi coetanei, tutti vestiti uguali, ma così diversi l’uno dall’altro a partire dalla provenienza, ognuno di noi viene da una diversa regione d’Italia, quindi puoi sentire benissimo uno chiedere una cosa in Sardo e sentire l’altro che risponde in Genovese stretto, e questa è una cosa che mi piace moltissimo, e ci fa fare anche tante risate. Tra i compiti degli Alfieri c’è anche quello di insegnare a un’altra figura di questo mondo fantastico gli “Stagisti”. Gli Stagisti sono in genere giovani, incapaci, inesperti, e puzzano di post adolescenza che quasi non gli si sta accanto. A differenza di come hanno insegnato a me, io preferisco trattarli con umanità, senza caricarli troppo di lavori pesanti o noiosi e spiegandogli in dettaglio il perché una cosa va fatta in un certo modo, senza grida, senza ordini, e magari cercare di far fuoriuscire un po’ di passione per ciò che si vorrà fare in futuro. Credo fermamente che si possa imparare di più e meglio sentendosi ispirati che vessati. Intorno a questa nuvola di persone gravitano altri personaggi di altri reparti, ad esempio ci sono i “Camminatori”. Questa particolare specie di personaggi è addetta a spostare le cose, loro non creano, semplicemente spostano oggetti, ed è impossibile parlare con loro stando uno davanti all’altro perché, proprio per la loro mansione, non stanno mai fermi, quindi devi rivolgergli domande brevi e concise sperando che la loro risposta si esaurisca prima che oltrepassino una porta, altrimenti rimarrai col dubbio fino a che non sbucheranno da un’altra porta. Altra categoria di personaggi sono gli “Aggiustatori” che sono quelle persone che dovrebbero riparare le cose ma che spesso non solo non ci riescono, ma anzi, talvolta riescono ad aggravare ulteriormente la situazione, e quindi spesso vengono presi in giro da noi Alfieri che poi siamo anche i responsabili delle rotture che loro devono aggiustare. Ogni giorno entro in questo mondo fantastico fatto di strani personaggi che mi gravitano attorno, ognuno col suo carattere e le sue peculiarità, magari in futuro farò un post sui più curiosi…

Passeggiata in darsena

Stamattina mi sono svegliato come al solito, completamente spettinato, occhi da tossico, umore da condannato a morte, voce da posseduto, e come sempre, col passo da bradipo che mi contraddistingue (ma non ero un Corvo? Mha…) mi sono recato in cucina a fare colazione. Mentre mi mangiavo il mio panino (si, io mangio salato alla mattina), come un lampo nel cervello, mi sono tornate alla mente le immagini del sogno che avevo fatto la notte. Sono rimasto qualche minuto come imbalsamato, con gli occhi sgranati e il panino in bocca, la mia mente riusciva a ricordarsi quasi perfettamente l’intero sogno, e non è stato un sogno da centro commerciale, no, è stato da negozietto di anticaglie, quelli dove riesci a trovare le cose a cui ti affezionerai di più. Ho sognato una persona davvero cara che purtroppo anni fa se n’è partita per l’alto regno, perché si, se davvero c’è un alto regno, lui è andato sicuramente là. Nel sogno ce ne siamo andati in giro a braccetto per una città di mare, non saprei neanche dire quale fosse, ricordo solo che camminavamo tranquilli parlando lungo la darsena di un porticcioletto con le barche a vela. Una bella passeggiata conversando del più e del meno, senza preoccuparsi minimamente di dove stessimo andando, quelle classiche situazioni insomma, di formidabile spensieratezza. Nel sogno non ero cosciente della sua dipartita, era come se non se ne fosse mai andato e come quando era in vita mi raccontava il suo passato usando quelle sue buffe espressioni dialettali. A volte, mentre svolgo azioni quotidiane mi tornano in mente i suoi modi di dire, e sorrido malinconicamente, sento un’emozione che ha dentro di sé gioia e tristezza in ugual misura, quella che ti fa ridere e piangere nello stesso momento, la chiamano nostalgia. Dopo la passeggiata in darsena mi ha detto che doveva comprare qualcosa, quindi ci siamo diretti verso le vie del centro. A questo punto del sogno ho percepito come una sorta di fretta in lui, sia nelle movenze che nelle sue parole, doveva far presto e non so proprio dire perché. A un certo punto si è fermato di scatto, e guardandomi con un’espressione serena e amorevole mi ha detto “mi raccomando”, senza aggiungere nient’altro, subito dopo mi sono svegliato. Non ho idea di cosa possa significare questo sogno, e lungi da me considerarlo un messaggio dall’aldilà, non credo a queste cose, solo mi chiedo cosa possa voler dirmi la parte inconscia di me stesso, resta il fatto che è stato uno dei più bei sogni che abbia mai fatto, non perché sia successo chissà che, ma solo ed esclusivamente perché ho potuto riassaporare per un po’ quella sensazione di tranquillità e gioia che provavo quando nonno era ancora con me.

Bile, sempre bile, fortissimamente bile!

Mi è appena arrivato il messaggino di notifica di ricarica che mi informa che alla modica cifra di € 10,71 potrò continuare a usufruire dei fantasmagorici servizi di telefonia del mio gestore. Ora, questa cifretta che sembrerebbe anche innocua nasconde una delle più grosse prese per il culo che i nostri cari provider ci hanno rifilato negli ultimi anni col beneplacito delle autorità. Ma andiamo con ordine, tornato dall’oltralpe alcuni mesi fa mi sono recato in un negozio di una famosa azienda di telefonia perché promotrice di un’offerta che reputavo conveniente per le mie esigenze. Quindi, dopo aver fatto il contrattino che prevedeva un tot di minuti di chiamate, un tot di sms e un tot di giga di traffico internet, il tutto alla modica cifra di € 10,00 mensili, faccio la mia prima ricarica di € 20,00 che mi sarebbe bastata quindi per due mesi. Qualche mese più tardi i provider, tutti insieme, decidono allegramente, e senza chiedere il consenso ai clienti, quindi, probabilmente, con quella specie di supercazzola burocratica chiamata “modifica unilaterale del contratto” che odio al pari di una manata di sabbia nelle mutande, di passare dalla fatturazione mensile a quella a 28 giorni. Il giochino fa sì che le fatture in capo a un anno diventino da 12 a 13, quindi il provider offrendo lo stesso servizio, e non muovendo quindi un dito, incassa una fatturazione in più all’anno. Che brave personcine… Tutto ciò non va molto giù alle autorità competenti che in qualche mese riescono a obbligare i provider a tornare alla vecchia fatturazione mensile. E qui però, succede una cosina che ha del magico, i provider tornano si alla fatturazione mensile, ma la calcolano sul totale annuo della fatturazione a 28 giorni… perfetto, e l’inculata è servita… e la cosa più bella e rincuorante è che le autorità competenti non dicono un cazzo… ma che bello, ma che paese civile… Quindi i miei cari € 20,00 non mi bastano più per due mesi, e voi direte “certo Corvo che braccine corte che hai” e io vi risponderò “probabile” ma essendo stronzo Q.B. e pignolo il giusto facciamoci una bottarella di conti. Secondo i dati pubblicati da AGCOM relativi al secondo trimestre 2017, i clienti possessori di una linea mobile in Italia sono circa 98,9 milioni. I provider più importanti hanno circa il 30% a testa delle linee mobili, quindi diciamo che gestiscono 30 milioni di clienti per uno. Ora ammettiamo che tutti i clienti abbiano il mio stesso contratto (anche se ci sono persone che fanno mestieri in cui lo smartphone viene usato praticamente tutto il giorno, quindi spendono di più, ma per semplicità di calcolo facciamo finta che non esistano), quindi tutti avranno subito una maggiorazione di circa € 0,71. Moltiplicando questi spiccioletti per 30 milioni di clienti e poi per 12 mesi arriviamo a una cifretta interessante che è di € 255600000,00 all’anno, i vecchi 500 miliardi del vecchio conio, che ogni provider incassa in più senza aver mosso un dito. Geniale, questo si che è fare impresa. E un sentito ringraziamento alle autorità competenti e perché no, anche alle associazioni dei consumatori che in un recente servizio ci hanno informati che tenendo i finestrini chiusi si può risparmiare un centilitro di carburante ogni 300 km, ora sto più tranquillo… andate AFFANCULOOO!

Io ne ho viste cose che voi umani #3

Ho visto maestre di scuole elementari che a un bambino di soli sei anni mettono accanto al voto una faccina triste per quasi tutto l’anno, credendo che questa lo stimolerà a fare meglio, quando invece contribuisce a distruggergli l’autostima sin da piccolo… tanto per portarsi avanti…
Ho visto uomini di quasi quarant’anni rispondere al telefono alla propria moglie in maniera a dir poco esageratamente smielata, e subito dopo aver chiuso la conversazione flirtare con delle ragazzine di sedici anni… si, proprio come nei film di Moccia, ma non era un film…
Ho visto persone vantarsi del loro passato da tossici, li ho sentiti pronunciare frasi del tipo “quand’ero giovane ho sempre vissuto per strada”, dimenticandosi che ciò, ammesso che sia vero, in nessun modo abbellisce un curriculum…
Ho visto bambini di tre/quattro anni picchiare le proprie madri perché gli negavano il balocco di turno, ma soprattutto ho visto le madri prendersi le botte senza dire una parola… per molto meno quand’ero infante avrei preso una bella e sana sculacciata…
E tutte queste cose occupano spazio nella mia mente… un giorno dovrò fare pulizia dei file inutili… esiste un CCleaner per il cervello?

Nascondersi dietro una bandiera

Ieri sera a “Le Iene” hanno trasmesso un servizio su uno sterminio avvenuto in Myanmar (la vecchia Birmania) che è stato perpetrato da dei sedicenti buddisti ai danni di alcuni villaggi di fede musulmana. Come in qualsiasi sterminio che si rispetti non sono mancate violenze di ogni genere e infanticidi, azioni riprovevoli che in una qualsiasi persona con un minimo di coscienza suscitano angoscia, sconforto e nel mio caso anche qualche conato… Quello che maggiormente mi fa pensare è che questa volta, si è cercato di utilizzare come capro espiatorio una delle religioni che più di tutte predica la pace e il rispetto per tutti gli esseri viventi. Il buddismo predica l’esatto contrario delle azioni descritte nel servizio. Ancora una volta, l’essere umano si nasconde dietro una bandiera per giustificare le pulsioni dettate dal proprio lato malvagio, ancora una volta a farne le spese sono le minoranze. Vorrei che si smettesse di chiamare col nome della religione a cui “dicono” di appartenere questi gruppi armati, ad esempio smettiamo di chiamare musulmani i gruppi armati fondamentalisti tipo l’Isis, non hanno niente a che fare con la religione musulmana, smettiamo di chiamare buddisti i gruppi armati che hanno raso al suolo i villaggi che abbiamo visto nel servizio, non hanno niente in comune con il buddismo, e smettiamo di chiamare cristiani i protagonisti delle crociate, non c’entrano nulla con la religione cristiana. Chiamiamoli tutti allo stesso modo “terroristi”, perché è questo che sono, l’unica cosa che riescono a dispensare è il terrore. In vita mia ho avuto la fortuna di conoscere persone appartenenti a diverse religioni, cristiani in maggior parte, ma anche musulmani, buddisti, indù e altri, e tutte loro quando parli di questi avvenimenti ti dicono la stessa cosa, “quelli non sono veri religiosi”, la religione non ammette violenza, e badate bene non sto parlando dei testi sacri, quelli sono passati da chissà quali mani, e quasi sicuramente sono dei falsi, io sto parlando della spiritualità che è insita dentro ognuno di noi, se riusciamo a sentirla non può che portare pace e serenità. E pensate un po’, chi ve lo dice è un ateo convinto. A volte mi chiedono cosa intendo per spiritualità, semplice, per me è sentirsi parte del circostante e sentirsi ispirati. Può capitare leggendo qualcosa che ti fa stare bene, oppure facendo una corsa in mezzo alla natura, l’ultima volta mi è capitato mentre rientravo da un giro in barca con mio padre, la barca che lenta andava verso terra, io seduto a poppa contemplavo il sole che tramontava e i gabbiani che ci seguivano ci facevano da colonna sonora… stavo bene, mi sentivo ispirato e parte del mondo, senza pensare a nessuna entità creatrice, senza recitare nessuna preghiera, ero semplicemente li, in pace e serenità.

Altra Challenge altri dementi…

E’nato un nuovo tormentone. Tranquilli non sto parlando di quelli musicali che ci sfilacciano il sacchettino scrotale tutte le estati tipo il recente e maledettissimo Pulcino Pio o la vecchia pallosissima Dragostea Din Tei, no, sto parlando delle challenge stupide che spopolano sul web. L’ultima viene direttamente dai meravigliosi Stati Uniti d’America e si chiama “Condom Snorting Challenge”, e chi sa l’inglese probabilmente sta già inorridendo. Ebbene si, significa sniffare un preservativo, e che ci volete fare, sembra che ad alcuni piaccia (ai dementi credo…). Ricordo che in passato la rete era invasa dalla famosissima “Ice Bucket Challenge”, che già al tempo ritenevo una cazzata colossale, oltre a considerarla pericolosa, perché sono convinto che un considerevole numero di persone che si sono tirate un secchio di acqua ghiacciata in testa, magari dopo esser state al sole per qualche ora, hanno sicuramente potuto toccare con mano cosa sia una pre-congestione o una congestione da sbalzo termico. Poi fu la volta della “Cinnamon Challenge”, in cui dovevi infilarti in bocca una cucchiaiata di cannella in polvere e riuscire a deglutirla tutta senza bere, cosa quasi impossibile perché la polvere in un microsecondo ti prosciuga qualsiasi tipo di umidità presente in bocca e pericolosa perché la polvere è talmente fine che anche respirando col naso rischi che vada nei polmoni. Oggi invece, dritta dritta dalla terra del Mc Donald ci arriva questa nuova esilarante challenge in cui, sfruttando il collegamento tra le vie aeree, posso sniffare un preservativo e farmelo riuscire dalla bocca, che genialata… Poco sembra importare il rischio di ingerirlo per sbaglio, così come poco sembra importare il rischio di aspirarlo direttamente in trachea e rimanere soffocati. Una volta c’erano i mangiatori di spade, oggi abbiamo gli sniffatori di profilattici… quando si dice il progresso…

L’ipocrisia della mission aziendale

Spesso sentiamo parlare della famosa “mission” aziendale che dovrebbe essere l’intento, l’obiettivo, insomma il fine di un’azienda. Ce l’hanno sempre venduta così e noi ci abbiamo pure creduto, ma è vero? E’ realmente in questo modo? Ci siamo mai fermati a calcolare l’ovvio? Informandomi su qualche azienda di varie dimensioni (di cui non farò il nome perché qui non si fa pubblicità) ho potuto conoscere la loro mission ed è stato subito lampante, almeno per me, l’ipocrisia di quelle parole. Ecco a voi alcuni esempi di mission di aziende, alcune sicuramente le conoscete bene: L’azienda 1 è una S.p.A. molto famosa, ecco la sua “Promuovere la cultura del cambiamento e dell’innovazione digitale, favorendo l’integrazione, la comunicazione e la crescita economica e sociale”. L’azienda 2 invece è diciamo di media grandezza, ecco la sua “L’Etica. Creiamo e condividiamo con gli stakeholder valore di lungo termine tramite il nostro impegno nel miglioramento, nella trasparenza, nella sostenibilità e nello sviluppo personale. L’Eccellenza. Vogliamo entusiasmare i clienti, creando esperienze e prodotti straordinariamente buoni, belli e ben fatti, lavorando velocemente ed efficientemente alla soddisfazione dei loro bisogni e desideri”. Passiamo ora all’azienda piccolissima “servirsi di creatività per facilitare processi di crescita e sviluppo, e costruire insieme un team in grado di far nascere idee che producono soddisfazione nel cliente”. Ora, non so voi, ma queste specie di supercazzole con me non attaccano, chi è dotato di un minimo di senso critico riesce a capire immediatamente che la mission di una qualsiasi azienda, a prescindere dalle dimensioni e dalla sua ubicazione sul globo terracqueo, è una e una soltanto “FARE SOLDI”. E per farli sono disposte a tutto, e quando dico tutto intendo proprio tutto. Non è una novità che alcune aziende abbiano usato materiali poco idonei per diminuire i costi a scapito dei clienti, non è una novità che in alcuni paesi siano stati assassinati sindacalisti che provavano a far avere salari decenti a dipendenti sfruttati e sottopagati, non è una novità che aziende abbiano sversato sostanze chimiche che sono risultate nocive per migliaia di persone e per l’ambiente. Quindi no, non credo a una parola delle mission, non credo a una parola pronunciata da un pubblicitario, perché questo è la mission, pubblicità punto. Vi lascerò con un testo che già avevo citato sul blog e che secondo me è la vera e unica mission aziendale globale, si tratta di un estratto del libro “Lire 26.900” di Frederic Beigbeder:

Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagine leccate, musiche nel vento. Quando a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.