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Arte Moderna del nuovo millennio

Oggi, cercando di mettere in ordine tra le millemila cartelle del mio PC, mi si son palesate davanti alcune foto che scattai i primi giorni che vivevo oltralpe. Era un giorno che decisi di dedicare alla scoperta della città, mi piacciono un sacco quei giorni in cui decidi di metterti lo zaino in spalla e semplicemente te ne vai a passeggiare per una città che non conosci, così, senza meta, senza aspettarsi niente. Quindi camminando mi trovo davanti a questo particolare edificio, non sapendo precisamente di cosa si tratta prendo lo smartphone e Google Maps mi informa che mi trovo davanti alla Galleria d’Arte Moderna, cliccando sulle info scopro che è pure gratuita! In un batter d’occhio ero dentro a scuriosare di qua e di là… Al piano terra c’era una proiezione di un artista contemporaneo di cui non ricordo il nome, sono riuscito a resistere al documentario in inglese circa dieci minuti, poi dopo il terzo sbadiglio con rischio di slogatura alla mandibola ho optato per andare a vedere cosa proponevano i piani superiori. Salgo le scale e appena entro nella stanza mi si presenta davanti questo

Una specie di telaio in fil di ferro con un numero imprecisato di sacchetti di plastica appiccicati sopra… Continuando a fissarlo cercavo invano di riuscire a capirne il significato, la mia mente vagava tra l’inquinamento da plastica, il riciclo, i delfini che mangiano le buste di plastica perché le scambiano per meduse… poi ho deciso che era inutile continuare a farsi domande delle quali non m’interessava sapere la risposta. Quindi ho proseguito, speranzoso di vedere qualcosa di più artistico, e magari con un significato più chiaro, verso la prossima opera, questa

Ora, non so voi, ma a me quest’opera fa venire in mente una madre che ha lasciato i panni stesi in balia di due bambini di sei/sette anni muniti di confezione maxi di pennarelli Carioca… Cosa? Come? Vi chiedete cosa ci vedo di artistico? Bho, non ne ho la più pallida idea… Comunque passata anche questa opera d’arte mi avvio verso il capolavoro, lo scorgo da lontano e dentro di me penso “non ci posso credere”. Si signori eccolo

Come non immortalare in uno scatto cotanta meraviglia… Allora, cosa mi rappresenta? Ora io lo so che il mio cervello non è normale, e talvolta fa dei ragionamenti che non hanno né capo né coda, ma a me quelle in alto a destra sembrano tanto un paio di mutande sporche, e se ciò corrispondesse a realtà che cosa mai potrebbero essere quei ghirigori sulla tela? Si Signori, dopo questa associazione mentale non ho trattenuto le risa e me ne sono andato sghignazzando da solo come un deficiente tra gli sguardi sbigottiti dei presenti. E una volta fuori ho percepito chiaramente che io, l’Arte Moderna, non l’avrei mai capita…
PS: Se qualcuno sapesse spiegarmi cosa rappresentano tali opere sono pronto a ricredermi… forse…

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Nick

Avevo iniziato a scrivere questo post come fosse una specie di biografia, dov’è nato, dove ha viaggiato, cos’ha fatto in vita, i successi, le sfighe, le collaborazioni, e infine il suicidio, che poi nessuno ha mai accertato lo fosse stato davvero. Poi ho capito che a uno come lui una semplice biografia non sarebbe stata addosso in maniera consona, non sarebbe stata il vestito giusto. Con lui intendo uno dei migliori cantautori che il Regno Unito abbia partorito, Nick Drake. Allora ho preferito lasciare a due testi l’onore di definire Nick, uno ci dice chi era, l’altro ci dice cosa faceva. Il primo è una poesia scritta dalla madre di Nick, Molly. Non so neanche se la poesia fosse stata scritta per lui, ma col senno di poi direi che gli calza a pennello, il titolo è “The Shell” ovvero “Il Guscio”.

Vivere ci cresce attorno,
come una pelle
per celarci l’esteriore desolazione,
poiché se sapessimo segnare
con chiarezza il punto più profondo,
saremmo morti molto prima
di giungere alla tomba.
Ma rigirandoci nel nostro guscio familiare,
di angosce, infelicità, e gioie striminzite,
cresciamo e prosperiamo,
vedendo raramente il buio fuori,
che certo porterebbe confusione ai nostri occhi.
Alcuni rompono il guscio.
Ci sono quelli che spingono le dita
attraverso quei friabili muri,
creando un foro.
E attraverso questo perfido squarcio,
fissano le ceneri del mondo
con occhi nudi.
Guardando sia fuori che dentro,
conoscendo sé stessi,
e smisurate cose oltre a sé.

Il secondo scritto è un estratto del libro “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby, e non so neanche se queste parole siano state scritte per lui ma ancora una volta sono perfette, descrivono perfettamente cosa faceva e cosa provi quando lo ascolti.

Se non l’avete sentito…è come se lui avesse condensato tutta la malinconia del mondo, tutte le batoste e i sogni inculati che hai lasciato svanire, come se avesse versato l’essenza in un bottiglino e l’avesse tappato.

E quando lui attacca a suonare e a cantare toglie il tappo, e sentite l’odore.

Rimanete inchiodati lì, alla sedia, come se fosse un muro di rumore e invece no- è fermo e silenzioso e non volete più respirare per paura di spaventarlo e farlo scappar via.

Se qualcuno volesse approfondire basta aprire Youtube e cercare le sue canzoni che forse sono il mezzo migliore per conoscerlo davvero. La canzone che segue è una registrazione di scarsa qualità fatta in casa di una delle sue più belle canzoni “Place to be”, se si riesce a non tenere conto della cattiva qualità della registrazione si può secondo me sentire l’arte di Nick, la perfezione della chitarra, la voce particolare, l’assenza di sbavature e l’armonia che questo genio riusciva a creare semplicemente prendendo una chitarra in mano.

Un fotografo, un uomo

Premetto subito che io non sono un esperto di fotografia, anzi, ne so proprio poco. So che esiste qualcosa chiamato ISO che ha a che fare con la luce, so che si può scegliere di far aprire il diaframma di più o di meno, probabilmente si può scegliere anche il tempo d’apertura, ma come settare tutto ciò per me è un mistero. Non parliamo poi dello sviluppare una foto, in questo caso encefalogramma piatto, anzi concavo. Premesso ciò volevo parlare di un documentario che ha come protagonista la fotografia di uno dei più grandi fotografi della storia, da alcuni considerato il più grande, Sebastião Salgado. sebastiao_salgado_ritratto1Il documentario s’intitola “Il sale della terra”, e ripercorre la vita di Salgado durante gli innumerevoli viaggi in giro per il mondo, nei quali ha scattato migliaia di fotografie. Non posso parlare ovviamente della tecnica, a parte il fatto che tutte le fotografie che ho visto di lui non sono a colori, non spiega il perché nel documentario, e allora mi sono dato una spiegazione da solo. Probabilmente lo fa perché i colori non esistono, è noto che sono solo un’invenzione del nostro cervello. Quest’opera non solo mi ha colpito, mi ha proprio commosso, per la crudità di alcune immagini, per la sensibilità di quest’uomo, per il rapporto con la propria moglie, per i pensieri che egli stesso esprime durante tutto il documentario, per la sublime arte che trasuda da ogni immagine. E adesso chiudo il post. Perché non si può spiegare, perché a volte le parole non sono abbastanza, non bastano. Guardatelo, punto.

#6 TRE DI TRE

Per l’appuntamento odierno della rubrica TRE DI TRE frutto del gemellaggio con Viaggio al Termine Della Notte l’argomento è “tre canzoni che fanno parte della colonna sonora della tua vita”, e ce ne sarebbero da postare, ne sceglierò solo tre come prevede la dura lex sed lex, ma userò un criterio ben preciso, e cioè il mio accostamento alla musica, dai primi passi ai giorni nostri… Con tre pezzi soli… mmm… va bè proviamo!

1- Il primo gruppo musicale che abbia davvero apprezzato sono stati indubbiamente i Queen, intramontabili, se dovessi scegliere un pezzo significativo direi “Who wants to live forever” dell’album A Kind Of Magic, probabilmente il primo disco che ho realmente voluto.

2- Crescendo la curiosità e la passione per questa splendida forma d’arte ho avuto la possibilità di ascoltare molta musica proveniente da vari generi, quindi anche in questo caso la scelta è particolarmente difficile, a pensarci bene una canzone che mi ha davvero aperto gli occhi su cosa voglia dire suonare e farlo bene è “Hotel California” degli Eagles versione live dell’album “Hell freezes Over”

3- Arriviamo ai giorni nostri e come si suol dire ne è passata di acqua sotto ai ponti, quindi sceglierò un pezzo attuale che negli ultimi tempi mi ha colpito particolarmente, l’artista è già stato accostato dalla critica alla figura di Bob Dylan, ma io non lo farò, mi limiterò ad ammettere che in alcune sonorità può ricordarlo ma non mi sbilancerei oltre, sto parlando di Kristian Matsson in arte The Tallest Man On Earth, cantautore svedese davvero curioso, il pezzo che scelgo è il primo che ho sentito Love is All direttamente da You Tube, e c’ho visto del buono…

Spero che vi siate divertiti e che abbiate passato un felice Natale, non come me che ho abusato di cibo e alcol e so che dovrò correre mesi per smaltire tutto questo me di troppo.

PS: ho scoperto che non mi piace più l’amaro, una volta lo bevevo, ora mi fa ribrezzo…

Musica prima e dopo…

Riuscite a ricordarvi il periodo intorno ai quindici anni? Io ricordo un sacco di momenti belli e spensierati in cui sregolatezza, ormoni e risate per le peggiori idiozie erano i minimi comuni denominatori. Ricordo che riuscivamo a ridere con un niente, bastava la battuta più idiota per farci sbellicare dalle risate, verrebbe da dire: “che idioti…” e non sarebbe neanche così fuori luogo come osservazione. A quindici anni è molto difficile trovare un ragazzo coscienzioso, e per certi versi credo che sia anche giusto così, è l’età del deficiente, come piace definirla a me, in questo periodo della vita il maschio deve combattere tra l’essere bambino e lo stare diventando adulto, con gli sbalzi ormonali del caso, le contraddizioni, con la voglia di dimostrare di essere ciò che ancora non siamo, e tutto ciò porta a sfogare queste frustrazioni in vari modi, c’è chi si buttava a capofitto dietro a un pallone, chi si tuffava di testa nelle droghe (purtroppo c’è anche chi sceglie la via sbagliata…), chi tentava la strada dell’arte, e poi c’era chi tentava di sfogarsi attraverso la musica. Io appartengo decisamente a quest’ultima categoria, a quindici anni avevamo messo su una specie di band, accampati nel garage di uno dei membri della band cercavamo di emulare i nostri eroi di allora, band che suonavano musiche alternative, che qualcuno definirebbe di nicchia (nella migliore delle ipotesi…). Spesso si trattava di band che suonavano musiche veloci, melodie anche carine ma contornate di chitarre distorte, doppi pedali alla gran cassa, e tanta voglia di sfogarsi. Uno dei gruppi preferiti dalla mia compagnia erano i Lag Wagon, classica band punk-surfer che in quegli anni spopolava. Essendo quasi coetanei con i membri della band credo che anche loro stessero attraversando il periodo di crescita balorda che stavamo attraversando anche noi, cosa questa che si evince chiaramente ascoltando un qualsiasi pezzo dei suddetti… Ma voglio essere più chiaro possibile, quindi ve ne posto uno di modo che possiate capire bene.

Una volta passato questo periodo dell’esistenza tocca fare i conti col fatto che poi adulto ci diventi davvero, il tempo scorre per tutti e non fa sconti a nessuno. Quindi ti ritrovi adulto, non ti vesti più da completo idiota, non te lo puoi più permettere, non sta bene andare in ufficio pantaloni larghi felpa con cappuccio e skate sotto braccio. Anche la musica che ascolti e che suoni è cambiata, basta con le chitarre distorte e tempi da velocista, rallentiamo un pò, ricerchiamo la bellezza della scelta delle note, ascoltiamo soffermando l’attenzione sull’esecuzione, sull’interpretazione del musicista, impariamo la bellezza delle pause, tutte cose, queste, a cui non facevamo caso prima. E Joey Cape, proprio come abbiamo fatto noi, ha rallentato, trasformando le sue canzoni e riarrangiandole di modo da farle diventare più soft, adatte a un altro tipo di pubblico, o forse adatte probabilmente allo stesso pubblico, semplicemente cresciuto stavolta…

La sindrome del lieto fine

Possibile che il 99,99% dei film che vediamo abbiano il lieto fine? E spesso non si tratta di un lieto fine qualsiasi, no no, è di quelli supersmielati che ti provocano un picco dell’indice glicemico che se sei un diabetico rischi ogni volta il coma. Mettiamo che il protagonista sia un lui, stai pur certo che alla fine del film ha conquistato la donna che voleva, la quale è sicuramente una strafiga che ha occhi solo per lui, ha fatto i soldi oppure è diventato un mezzo eroe nazionale, e la scena finale con musica strappalacrime ti fa intendere che “vissero tutti felici e contenti”. Ora io non dico che dovrebbero finire sempre male, ma il cinema secondo il mio modesto avviso, come anche altre forme d’arte dovrebbe rispecchiare un minimo la realtà in cui viviamo, e quest’ultima mi pare tutto tranne che rosea. Del resto non l’ho mica detto io che in una società decadente, l’arte, se veritiera, deve anch’essa riflettere il declino. Quindi suggerisco agli addetti ai lavori di far finire male qualche film, secondo me farebbero anche scalpore, immaginiamo due amici che s’incontrano e uno fa all’altro: “sai, ieri sera ho visto un film che alla fine il protagonista non è riuscito a salvare la sua amata, è morto lui e lei, il cattivo ha trionfato e ha messo in schiavitù l’intera razza umana”. Chiunque sarebbe incuriosito e vorrebbe vederlo no? E se proprio il finale tragico non dovesse piacere almeno la scrittina in fondo “e vissero felici e contenti… per un paio d’anni, poi come il resto del mondo iniziarono a litigare e adesso stanno affrontando la separazione per vie legali…” sarebbe più simpatico, educativo e reale.