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Un fotografo, un uomo

Premetto subito che io non sono un esperto di fotografia, anzi, ne so proprio poco. So che esiste qualcosa chiamato ISO che ha a che fare con la luce, so che si può scegliere di far aprire il diaframma di più o di meno, probabilmente si può scegliere anche il tempo d’apertura, ma come settare tutto ciò per me è un mistero. Non parliamo poi dello sviluppare una foto, in questo caso encefalogramma piatto, anzi concavo. Premesso ciò volevo parlare di un documentario che ha come protagonista la fotografia di uno dei più grandi fotografi della storia, da alcuni considerato il più grande, Sebastião Salgado. sebastiao_salgado_ritratto1Il documentario s’intitola “Il sale della terra”, e ripercorre la vita di Salgado durante gli innumerevoli viaggi in giro per il mondo, nei quali ha scattato migliaia di fotografie. Non posso parlare ovviamente della tecnica, a parte il fatto che tutte le fotografie che ho visto di lui non sono a colori, non spiega il perché nel documentario, e allora mi sono dato una spiegazione da solo. Probabilmente lo fa perché i colori non esistono, è noto che sono solo un’invenzione del nostro cervello. Quest’opera non solo mi ha colpito, mi ha proprio commosso, per la crudità di alcune immagini, per la sensibilità di quest’uomo, per il rapporto con la propria moglie, per i pensieri che egli stesso esprime durante tutto il documentario, per la sublime arte che trasuda da ogni immagine. E adesso chiudo il post. Perché non si può spiegare, perché a volte le parole non sono abbastanza, non bastano. Guardatelo, punto.

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#6 TRE DI TRE

Per l’appuntamento odierno della rubrica TRE DI TRE frutto del gemellaggio con Viaggio al Termine Della Notte l’argomento è “tre canzoni che fanno parte della colonna sonora della tua vita”, e ce ne sarebbero da postare, ne sceglierò solo tre come prevede la dura lex sed lex, ma userò un criterio ben preciso, e cioè il mio accostamento alla musica, dai primi passi ai giorni nostri… Con tre pezzi soli… mmm… va bè proviamo!

1- Il primo gruppo musicale che abbia davvero apprezzato sono stati indubbiamente i Queen, intramontabili, se dovessi scegliere un pezzo significativo direi “Who wants to live forever” dell’album A Kind Of Magic, probabilmente il primo disco che ho realmente voluto.

2- Crescendo la curiosità e la passione per questa splendida forma d’arte ho avuto la possibilità di ascoltare molta musica proveniente da vari generi, quindi anche in questo caso la scelta è particolarmente difficile, a pensarci bene una canzone che mi ha davvero aperto gli occhi su cosa voglia dire suonare e farlo bene è “Hotel California” degli Eagles versione live dell’album “Hell freezes Over”

3- Arriviamo ai giorni nostri e come si suol dire ne è passata di acqua sotto ai ponti, quindi sceglierò un pezzo attuale che negli ultimi tempi mi ha colpito particolarmente, l’artista è già stato accostato dalla critica alla figura di Bob Dylan, ma io non lo farò, mi limiterò ad ammettere che in alcune sonorità può ricordarlo ma non mi sbilancerei oltre, sto parlando di Kristian Matsson in arte The Tallest Man On Earth, cantautore svedese davvero curioso, il pezzo che scelgo è il primo che ho sentito Love is All direttamente da You Tube, e c’ho visto del buono…

Spero che vi siate divertiti e che abbiate passato un felice Natale, non come me che ho abusato di cibo e alcol e so che dovrò correre mesi per smaltire tutto questo me di troppo.

PS: ho scoperto che non mi piace più l’amaro, una volta lo bevevo, ora mi fa ribrezzo…

Musica prima e dopo…

Riuscite a ricordarvi il periodo intorno ai quindici anni? Io ricordo un sacco di momenti belli e spensierati in cui sregolatezza, ormoni e risate per le peggiori idiozie erano i minimi comuni denominatori. Ricordo che riuscivamo a ridere con un niente, bastava la battuta più idiota per farci sbellicare dalle risate, verrebbe da dire: “che idioti…” e non sarebbe neanche così fuori luogo come osservazione. A quindici anni è molto difficile trovare un ragazzo coscienzioso, e per certi versi credo che sia anche giusto così, è l’età del deficiente, come piace definirla a me, in questo periodo della vita il maschio deve combattere tra l’essere bambino e lo stare diventando adulto, con gli sbalzi ormonali del caso, le contraddizioni, con la voglia di dimostrare di essere ciò che ancora non siamo, e tutto ciò porta a sfogare queste frustrazioni in vari modi, c’è chi si buttava a capofitto dietro a un pallone, chi si tuffava di testa nelle droghe (purtroppo c’è anche chi sceglie la via sbagliata…), chi tentava la strada dell’arte, e poi c’era chi tentava di sfogarsi attraverso la musica. Io appartengo decisamente a quest’ultima categoria, a quindici anni avevamo messo su una specie di band, accampati nel garage di uno dei membri della band cercavamo di emulare i nostri eroi di allora, band che suonavano musiche alternative, che qualcuno definirebbe di nicchia (nella migliore delle ipotesi…). Spesso si trattava di band che suonavano musiche veloci, melodie anche carine ma contornate di chitarre distorte, doppi pedali alla gran cassa, e tanta voglia di sfogarsi. Uno dei gruppi preferiti dalla mia compagnia erano i Lag Wagon, classica band punk-surfer che in quegli anni spopolava. Essendo quasi coetanei con i membri della band credo che anche loro stessero attraversando il periodo di crescita balorda che stavamo attraversando anche noi, cosa questa che si evince chiaramente ascoltando un qualsiasi pezzo dei suddetti… Ma voglio essere più chiaro possibile, quindi ve ne posto uno di modo che possiate capire bene.

Una volta passato questo periodo dell’esistenza tocca fare i conti col fatto che poi adulto ci diventi davvero, il tempo scorre per tutti e non fa sconti a nessuno. Quindi ti ritrovi adulto, non ti vesti più da completo idiota, non te lo puoi più permettere, non sta bene andare in ufficio pantaloni larghi felpa con cappuccio e skate sotto braccio. Anche la musica che ascolti e che suoni è cambiata, basta con le chitarre distorte e tempi da velocista, rallentiamo un pò, ricerchiamo la bellezza della scelta delle note, ascoltiamo soffermando l’attenzione sull’esecuzione, sull’interpretazione del musicista, impariamo la bellezza delle pause, tutte cose, queste, a cui non facevamo caso prima. E Joey Cape, proprio come abbiamo fatto noi, ha rallentato, trasformando le sue canzoni e riarrangiandole di modo da farle diventare più soft, adatte a un altro tipo di pubblico, o forse adatte probabilmente allo stesso pubblico, semplicemente cresciuto stavolta…

La sindrome del lieto fine

Possibile che il 99,99% dei film che vediamo abbiano il lieto fine? E spesso non si tratta di un lieto fine qualsiasi, no no, è di quelli supersmielati che ti provocano un picco dell’indice glicemico che se sei un diabetico rischi ogni volta il coma. Mettiamo che il protagonista sia un lui, stai pur certo che alla fine del film ha conquistato la donna che voleva, la quale è sicuramente una strafiga che ha occhi solo per lui, ha fatto i soldi oppure è diventato un mezzo eroe nazionale, e la scena finale con musica strappalacrime ti fa intendere che “vissero tutti felici e contenti”. Ora io non dico che dovrebbero finire sempre male, ma il cinema secondo il mio modesto avviso, come anche altre forme d’arte dovrebbe rispecchiare un minimo la realtà in cui viviamo, e quest’ultima mi pare tutto tranne che rosea. Del resto non l’ho mica detto io che in una società decadente, l’arte, se veritiera, deve anch’essa riflettere il declino. Quindi suggerisco agli addetti ai lavori di far finire male qualche film, secondo me farebbero anche scalpore, immaginiamo due amici che s’incontrano e uno fa all’altro: “sai, ieri sera ho visto un film che alla fine il protagonista non è riuscito a salvare la sua amata, è morto lui e lei, il cattivo ha trionfato e ha messo in schiavitù l’intera razza umana”. Chiunque sarebbe incuriosito e vorrebbe vederlo no? E se proprio il finale tragico non dovesse piacere almeno la scrittina in fondo “e vissero felici e contenti… per un paio d’anni, poi come il resto del mondo iniziarono a litigare e adesso stanno affrontando la separazione per vie legali…” sarebbe più simpatico, educativo e reale.