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Io ne ho viste cose che voi umani #3

Ho visto maestre di scuole elementari che a un bambino di soli sei anni mettono accanto al voto una faccina triste per quasi tutto l’anno, credendo che questa lo stimolerà a fare meglio, quando invece contribuisce a distruggergli l’autostima sin da piccolo… tanto per portarsi avanti…
Ho visto uomini di quasi quarant’anni rispondere al telefono alla propria moglie in maniera a dir poco esageratamente smielata, e subito dopo aver chiuso la conversazione flirtare con delle ragazzine di sedici anni… si, proprio come nei film di Moccia, ma non era un film…
Ho visto persone vantarsi del loro passato da tossici, li ho sentiti pronunciare frasi del tipo “quand’ero giovane ho sempre vissuto per strada”, dimenticandosi che ciò, ammesso che sia vero, in nessun modo abbellisce un curriculum…
Ho visto bambini di tre/quattro anni picchiare le proprie madri perché gli negavano il balocco di turno, ma soprattutto ho visto le madri prendersi le botte senza dire una parola… per molto meno quand’ero infante avrei preso una bella e sana sculacciata…
E tutte queste cose occupano spazio nella mia mente… un giorno dovrò fare pulizia dei file inutili… esiste un CCleaner per il cervello?

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Nascondersi dietro una bandiera

Ieri sera a “Le Iene” hanno trasmesso un servizio su uno sterminio avvenuto in Myanmar (la vecchia Birmania) che è stato perpetrato da dei sedicenti buddisti ai danni di alcuni villaggi di fede musulmana. Come in qualsiasi sterminio che si rispetti non sono mancate violenze di ogni genere e infanticidi, azioni riprovevoli che in una qualsiasi persona con un minimo di coscienza suscitano angoscia, sconforto e nel mio caso anche qualche conato… Quello che maggiormente mi fa pensare è che questa volta, si è cercato di utilizzare come capro espiatorio una delle religioni che più di tutte predica la pace e il rispetto per tutti gli esseri viventi. Il buddismo predica l’esatto contrario delle azioni descritte nel servizio. Ancora una volta, l’essere umano si nasconde dietro una bandiera per giustificare le pulsioni dettate dal proprio lato malvagio, ancora una volta a farne le spese sono le minoranze. Vorrei che si smettesse di chiamare col nome della religione a cui “dicono” di appartenere questi gruppi armati, ad esempio smettiamo di chiamare musulmani i gruppi armati fondamentalisti tipo l’Isis, non hanno niente a che fare con la religione musulmana, smettiamo di chiamare buddisti i gruppi armati che hanno raso al suolo i villaggi che abbiamo visto nel servizio, non hanno niente in comune con il buddismo, e smettiamo di chiamare cristiani i protagonisti delle crociate, non c’entrano nulla con la religione cristiana. Chiamiamoli tutti allo stesso modo “terroristi”, perché è questo che sono, l’unica cosa che riescono a dispensare è il terrore. In vita mia ho avuto la fortuna di conoscere persone appartenenti a diverse religioni, cristiani in maggior parte, ma anche musulmani, buddisti, indù e altri, e tutte loro quando parli di questi avvenimenti ti dicono la stessa cosa, “quelli non sono veri religiosi”, la religione non ammette violenza, e badate bene non sto parlando dei testi sacri, quelli sono passati da chissà quali mani, e quasi sicuramente sono dei falsi, io sto parlando della spiritualità che è insita dentro ognuno di noi, se riusciamo a sentirla non può che portare pace e serenità. E pensate un po’, chi ve lo dice è un ateo convinto. A volte mi chiedono cosa intendo per spiritualità, semplice, per me è sentirsi parte del circostante e sentirsi ispirati. Può capitare leggendo qualcosa che ti fa stare bene, oppure facendo una corsa in mezzo alla natura, l’ultima volta mi è capitato mentre rientravo da un giro in barca con mio padre, la barca che lenta andava verso terra, io seduto a poppa contemplavo il sole che tramontava e i gabbiani che ci seguivano ci facevano da colonna sonora… stavo bene, mi sentivo ispirato e parte del mondo, senza pensare a nessuna entità creatrice, senza recitare nessuna preghiera, ero semplicemente li, in pace e serenità.

Altra Challenge altri dementi…

E’nato un nuovo tormentone. Tranquilli non sto parlando di quelli musicali che ci sfilacciano il sacchettino scrotale tutte le estati tipo il recente e maledettissimo Pulcino Pio o la vecchia pallosissima Dragostea Din Tei, no, sto parlando delle challenge stupide che spopolano sul web. L’ultima viene direttamente dai meravigliosi Stati Uniti d’America e si chiama “Condom Snorting Challenge”, e chi sa l’inglese probabilmente sta già inorridendo. Ebbene si, significa sniffare un preservativo, e che ci volete fare, sembra che ad alcuni piaccia (ai dementi credo…). Ricordo che in passato la rete era invasa dalla famosissima “Ice Bucket Challenge”, che già al tempo ritenevo una cazzata colossale, oltre a considerarla pericolosa, perché sono convinto che un considerevole numero di persone che si sono tirate un secchio di acqua ghiacciata in testa, magari dopo esser state al sole per qualche ora, hanno sicuramente potuto toccare con mano cosa sia una pre-congestione o una congestione da sbalzo termico. Poi fu la volta della “Cinnamon Challenge”, in cui dovevi infilarti in bocca una cucchiaiata di cannella in polvere e riuscire a deglutirla tutta senza bere, cosa quasi impossibile perché la polvere in un microsecondo ti prosciuga qualsiasi tipo di umidità presente in bocca e pericolosa perché la polvere è talmente fine che anche respirando col naso rischi che vada nei polmoni. Oggi invece, dritta dritta dalla terra del Mc Donald ci arriva questa nuova esilarante challenge in cui, sfruttando il collegamento tra le vie aeree, posso sniffare un preservativo e farmelo riuscire dalla bocca, che genialata… Poco sembra importare il rischio di ingerirlo per sbaglio, così come poco sembra importare il rischio di aspirarlo direttamente in trachea e rimanere soffocati. Una volta c’erano i mangiatori di spade, oggi abbiamo gli sniffatori di profilattici… quando si dice il progresso…

L’ipocrisia della mission aziendale

Spesso sentiamo parlare della famosa “mission” aziendale che dovrebbe essere l’intento, l’obiettivo, insomma il fine di un’azienda. Ce l’hanno sempre venduta così e noi ci abbiamo pure creduto, ma è vero? E’ realmente in questo modo? Ci siamo mai fermati a calcolare l’ovvio? Informandomi su qualche azienda di varie dimensioni (di cui non farò il nome perché qui non si fa pubblicità) ho potuto conoscere la loro mission ed è stato subito lampante, almeno per me, l’ipocrisia di quelle parole. Ecco a voi alcuni esempi di mission di aziende, alcune sicuramente le conoscete bene: L’azienda 1 è una S.p.A. molto famosa, ecco la sua “Promuovere la cultura del cambiamento e dell’innovazione digitale, favorendo l’integrazione, la comunicazione e la crescita economica e sociale”. L’azienda 2 invece è diciamo di media grandezza, ecco la sua “L’Etica. Creiamo e condividiamo con gli stakeholder valore di lungo termine tramite il nostro impegno nel miglioramento, nella trasparenza, nella sostenibilità e nello sviluppo personale. L’Eccellenza. Vogliamo entusiasmare i clienti, creando esperienze e prodotti straordinariamente buoni, belli e ben fatti, lavorando velocemente ed efficientemente alla soddisfazione dei loro bisogni e desideri”. Passiamo ora all’azienda piccolissima “servirsi di creatività per facilitare processi di crescita e sviluppo, e costruire insieme un team in grado di far nascere idee che producono soddisfazione nel cliente”. Ora, non so voi, ma queste specie di supercazzole con me non attaccano, chi è dotato di un minimo di senso critico riesce a capire immediatamente che la mission di una qualsiasi azienda, a prescindere dalle dimensioni e dalla sua ubicazione sul globo terracqueo, è una e una soltanto “FARE SOLDI”. E per farli sono disposte a tutto, e quando dico tutto intendo proprio tutto. Non è una novità che alcune aziende abbiano usato materiali poco idonei per diminuire i costi a scapito dei clienti, non è una novità che in alcuni paesi siano stati assassinati sindacalisti che provavano a far avere salari decenti a dipendenti sfruttati e sottopagati, non è una novità che aziende abbiano sversato sostanze chimiche che sono risultate nocive per migliaia di persone e per l’ambiente. Quindi no, non credo a una parola delle mission, non credo a una parola pronunciata da un pubblicitario, perché questo è la mission, pubblicità punto. Vi lascerò con un testo che già avevo citato sul blog e che secondo me è la vera e unica mission aziendale globale, si tratta di un estratto del libro “Lire 26.900” di Frederic Beigbeder:

Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagine leccate, musiche nel vento. Quando a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.

Immagini dal passato

Recentemente ho trovato, per caso, nel mio sottoscala una scatola piena di pellicole in Super 8. Si tratta di pellicole risalenti agli anni ’70 e ’80, praticamente il periodo intorno agli anni della mia nascita. Non avendo più il proiettore e conoscendo un signore che trasporta tale formato in file leggibili direttamente su PC ho optato per consegnare tutto il materiale a lui, e dopo qualche giorno sono andato a prendere il risultato. L’attesa è stata a dir poco estenuante, in quanto in tali filmati sapevo che avrei potuto vedere due persone care che, purtroppo, non ho conosciuto e delle quali ho sempre visto solamente fotografie. Quindi, una volta rientrato a casa, mi sono fiondato al computer per visionare il materiale. Mentre guardavo le immagini ho provato sensazioni contrastanti, da una parte l’emozione e la felicità di poter finalmente vedere quelle due persone, vederle in istanti di vita vissuta, con le loro particolari movenze e espressioni, ritrovandomici a volte, e dall’altra parte la tristezza di un mondo che ormai non esiste più. Mi spiego meglio, io non l’ho praticamente vissuto il mondo in quegli anni, quindi non posso saperlo, ero troppo piccolo, non mi ricordo praticamente niente, ma dalle immagini, la gente sembrava davvero più genuina, e soprattutto più rilassata. Nessuno aveva la testa china sullo smartphone, le nonne erano vestite da nonne, le mamme da mamme e le figlie da figlie, e non tutte allo stesso modo come adesso, che poi, ci mancherebbe, ognuno deve vestirsi come vuole, ma sinceramente la nonna in minigonna e tacco nun se pò vedè… scusatemi nonne non ve la prendete… per spiegarmi meglio riporterò un estratto di uno spettacolo che amo particolarmente di Marco Paolini:

 

…quella che vi racconterò è la storia di un gruppo di ragazzi che avevan fretta di entrare in un mondo adulto che è diventato vecchio senza essere adulto… il mio, il nostro paese oggi è questo, il più vecchio del pianeta, e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo si sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo, perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi, secondo gli italiani si diventa vecchi a ottantatre anni, siccome l’attesa di vita è ottantuno, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti… Io vorrei chiedere ai miei coetanei, per primi, di fare outing, dichiaratevi adulti, rinunciate a quell’idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c’è una confusione genetica mostruosa. Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha, il resto si è seccato. Quello che sei in potenza da giovane non ce l’hai dopo. Se non capisci questo e impedisci a chi viene dopo di sorpassarti, perché tu cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso che ci impedisce di leggere la realtà. Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità…

 

Insomma, la gente sembrava davvero più spensierata, non saprei neanche dire il perché, forse avevano meno informazioni di noi adesso, e quindi, per certi versi, avevano meno motivi di noi d’indignarsi o di deprimersi e parlando con persone che quei tempi li hanno vissuti sembra che la differenza stia nella visione del futuro. Per loro il futuro era positivo, ovviamente non sapevano cosa sarebbe successo, non avevano il dono della preveggenza, ma pensando al futuro non potevano fare a meno di immaginarselo migliore del presente. Per noi invece, il futuro non dico che si possa avere la certezza che sia negativo, ma sicuramente è incerto, e le probabilità che le cose vadano meglio sinceramente sono ben poche… Quindi la visione di quei filmati mi ha lasciato sensazioni discordanti, e non me lo aspettavo…

Ai miei tempi

Mi capita a volte di parlare con persone più grandi di me (che più vecchie è brutto da scrivere…) e quello che spesso mi sento dire è che ai loro tempi vigeva la regola della serietà, dell’onestà, della persona per bene insomma. A loro dire oggi, invece, viviamo in un mondo di giovani truffatori o come di solito vengono chiamati “furbi” che fanno di tutto pur di raggirare il prossimo per il proprio tornaconto. Per certi versi sono anche d’accordo con queste affermazioni, la svalutazione di certi valori è ormai tristemente una realtà assodata, inutile negarlo. E’ però vero anche che, a mio modesto avviso, non tutti i giovani sono dei furbetti e che non tutti gli anzianotti sono delle persone per bene, e lo posso provare perché quello raggirato da questi simpatici vecchietti (agli stronzi si può dire, non è brutto da scrivere…) sono proprio io. Il primo di cui narrerò le gesta lo incontrai quando ancora facevo un lavoro d’ufficio, venne cercando un servizio e promettendo un pagamento a breve termine, prima di congedarsi mi fissò, si avvicinò e mi disse “guardami negli occhi…” e io subito pensai “ora che fa? Prova a ipnotizzarmi?” e invece “perché io quando dico una cosa è quella!”, e sparandomi la frase iniziale penso volesse alludere al fatto che gli occhi vengono anche detti lo specchio dell’anima e quindi presupponeva fossero la prova schiacciante della sua buona fede. Inutile dire che quei soldi non li ho mai visti… Altro vecchietto supersimpa l’ho incontrato recentemente, lui è stato addirittura più scaltro, mi ha commissionato un lavoro, io ho presentato la mia parcella anticipatamente e lui ha accettato. Dopo circa un mese e mezzo, non vedendo una lira… ehm pardon, un euro, sono andato a chiedere spiegazioni e lui, anche un po’ incazzato (chissà perché poi, probabilmente cercava di anticipare l’avversario… mha…) mi dice “io tutti quei soldi non te li do”, ed è inutile dirgli che aveva accettato in precedenza e quindi sta violando l’accordo, i tipi così negano sempre l’evidenza, e non tornano sui propri passi se non tramite avvocati. Ovviamente, ho preso quei pochi spicci e me ne sono andato. Insomma, in conclusione direi che l’onestà e la serietà sono virtù che si fanno sempre più rare, e non è il caso di incolpare i giovani di questo, se si vuole trovare il colpevole, ancora una volta, come diceva il grande V, non c’è che da guardarsi allo specchio.

Lovely gift today…

Stamattina, leggendo i miei soliti quotidiani online mi sono imbattuto in un video particolare, il titolo è “The ocean currents brought us in a lovely gift today…” che tradotto significa “le correnti oceaniche ci hanno portato un bel regalo oggi…” (clicca qui per vederlo). Nel video si vede un subacqueo che nuota letteralmente in un mare di rifiuti. Tutto ciò è successo a Bali (Indonesia) nell’arcipelago delle isole della Sonda, uno dei posti più belli al mondo dove potersi immergere per ammirare un animale a dir poco elegante e maestoso, la Manta Gigante.

Ora, per chi non lo sapesse questi banchi di plastica non sono una novità, è dalla seconda metà degli anni ’80 che sappiamo dell’esistenza di questi veri e propri continenti di plastica, il più famoso è il Pacific Trash Vortex con un estensione stimata tra i 700.000 km² e i 10 milioni di km², in pratica va da una grandezza simile alla Spagna a una simile agli Stati Uniti d’America. In poche parole tutti i rifiuti, principalmente plastici, trasportati dalle correnti finiscono in alcuni punti degli oceani e li rimangono, formando questi veri e propri continenti di rifiuti. Ora, io non sono un chimico, ma non credo ci voglia uno scienziato per capire che tutta questa spazzatura, lasciata lì a marcire, ha e avrà un terribile impatto sull’ecosistema, per non parlare del fatto che entrerà sicuramente nel ciclo alimentare della fauna e di conseguenza anche nel nostro. Vorrei sapere perché ogni volta che i nostri rappresentanti, e intendo dei governi di tutto il mondo, si riuniscono per stilare trattati internazionali in materia ambientale (che poi regolarmente non rispettano…), non parlano mai di questo fenomeno dei vortici di plastica. Ma si, facciamo finta di niente… come sempre…

PS: notare la Manta Gigante che nel video nuota sul fondo per non mangiarsi la plastica… orribile…

Tradimento

Ieri ho avuto una conversazione con un collega che mi ha fatto pensare. In pratica lui è arrivato a lavoro visibilmente turbato, dopo un po’ di tempo che lavoravamo, anche se siamo colleghi da pochissimo tempo, mi sono permesso di chiedergli cosa avesse e lui dopo alcuni giri di parole si è aperto e mi ha confessato di essere stato lasciato dalla propria compagna e che, proprio per questo motivo adesso è anche fuori di casa. Ovviamente ho cercato subito di consolarlo, e non conoscendolo approfonditamente ho dovuto, mio malgrado, usare le classiche frasi fatte del tipo “cerca di non pensarci” oppure “coraggio, son cose che capitano”, ma a un certo punto lui esordisce con “è colpa mia”. Quest’ultima frase mi suona un po’ strana e chiedo “in che senso?” e lui “ho fatto una cazzata…”, in pratica mi spiega che l’ha tradita e lei di tutta risposta, dopo averlo scoperto, lo ha cacciato dalla casa in cui convivevano. Lasciamo perdere il fatto che secondo me la signorina in questione ha fatto benissimo a toglierselo di casa, ma quello che mi fa pensare è che adesso lui fa la parte del povero canino bastonato. Questo comportamento umano davvero non lo concepisco, anche perché sapeva benissimo a cosa andava incontro tradendo la sua compagna, quindi non vedo il motivo di tanto piagnucolare. E poi secondo il mio modesto avviso se hai bisogno di tradire la persona con cui stai vuol dire che il rapporto doveva essere già chiuso da tempo, ma questo è un altro discorso. Ovviamente, conoscendolo da poco, mi sono limitato ad ascoltarlo e a spiattellare altre frasi fatte tipo “tranquillo, passerà”, ma avrei tanto voluto dirgli “scommetto che mentre ci davi dentro con l’amante non piagnucolavi, la tua ex ha fatto bene a buttarti fuori di casa e smetti di fare la vittima che è un ruolo che proprio non ti si addice, coglione…”

Post macabro

AVVERTENZA: il post di oggi sarà abbastanza macabro quindi chi volesse preventivamente toccarsi i gioielli di famiglia in modo scaramantico faccia pure, si ricordi però, in caso la palpata fosse a pelle, di lavarsi le manine prima di ritornare a spippolare sulla tastiera, facciamo le personcine pulite mi raccomando… (che poi gli uomini si toccano le… si dai le… le gioiellesse diciamo, ma le donne? Toccarsi le ovaie la vedo dura… qual è il vostro gesto scaramantico?)

Pensavo, quando uno tira le cuoia, gli account delle mail e dei vari social network che fine fanno? Rimangono nella rete sperduti e abbandonati a sè stessi? Vengono cancellati dopo un tot di tempo che sono inutilizzati? Insomma qual è il loro destino? Documentandomi un po’ ho scoperto che su Facebook, se uno è parente del defunto e volesse diciamo “ereditare” l’account del caro scomparso può farlo, a meno che il diretto interessato, prima di partire per l’alto regno, non abbia scelto di far eliminare l’account in caso di morte. Cosa diversa succede per gli account di posta elettronica, in questo caso non è sempre facile riuscire a contattare il provider, altra difficoltà si riscontra per riuscire a farsi dare la password di accesso, la privacy è una cosa seria per queste aziende. Comunque, girando in rete si trovano diversi siti che pensano a queste eventualità, e quindi chiunque può stilare il suo “Testamento Digitale”. Come ci insegna Wikipedia il Testamento Digitale non è altro che “un testamento che determina il fato della presenza di una persona nel mondo virtuale. Questi archivi comprendono tutti gli account che una persona può avere online, dai social media ai siti di acquisti, da un canale YouTube ad un sito di giochi”, si può scegliere di far recapitare tutte le password, o solo alcune, a una persona o di cancellare tutto, quindi, chi volesse stabilire cosa deve o non deve rimanere di sé dopo la dipartita può farlo. Personalmente non farò nessun Testamento Digitale, questo blog rimarrà aperto anche dopo di me, così, tanto per rompere i cogl….

PS: la bambina qua sotto ha dodici anni e il cuore pieno di paura… mmm… no, quella era una canzone di De Gregori, insomma ha dodici anni e talento da vendere, brava Allie!

Ubuntu

Se, incontrando una qualsiasi persona per strada esordissi con la parola “Ubuntu”, probabilmente il soggetto in questione mi guarderebbe storto, come si guarda un pazzo che farnetica parole a casaccio. Se la stessa parola la dicessi a uno che s’intende di informatica quasi certamente mi risponderebbe “no grazie, preferisco Mac OS”, perché penserebbe che mi riferisca al sistema operativo. Se invece la dicessi a qualcuno che conosce la lingua Bantu, originaria dei territori sub-sahariani, probabilmente sorriderebbe. Per spiegare meglio che cosa vuol dire Ubuntu voglio raccontarvi una storia che trovai tempo fa su un blog del quale purtroppo ho perso le tracce, ma fortunatamente, e come faccio spesso quando trovo qualcosa che mi colpisce, la salvai:

Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana.
Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta.
Quando gli fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiché, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio.
Quando fu chiesto ai bambini perché avessero voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero
“UBUNTU, come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?”
UBUNTU nella cultura africana sub-sahariana vuol dire:
“Io sono perché noi siamo”

Ubuntu è una filosofia, un’etica, un modo di comportarsi, in pratica è un’idea, una regola di vita basata sulla compassione e sul rispetto dell’altro. L’Ubuntu è stato anche annoverato tra i principi fondamentali fondanti la nuova repubblica del sud-Africa, infatti anche il mito Nelson Mandela e altri premi Nobel ne traevano ispirazione per le azioni contro l’Apartheid. Forse, visti i tempi, sarebbe il caso di ricordarci di quell’uomo e delle idee che lo hanno spinto a essere chi era e a fare ciò che ha fatto.