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Nuove e vecchie mode

C’è un’usanza strana qua in oltralpe, da parte di ragazzine appena maggiorenni o quasi. L’ho notato non perché vada dietro alle pischellette, come si suol dire tengo un’età e non sono certo un pedofilo, ma semplicemente perché è impossibile non notarle. Si tratta di un particolare make up che apportano ai loro volti. Si tratta di un trucco a dir poco marcato e abbondante che le fa sembrare statue di metallo, mi spiego meglio, quando le incroci per strada e hai l’opportunità di osservarle da vicino noti una patina color oro sui loro visi, ricordano Dolores O’Riordan nel video di Zombie… Sicuramente si tratta di una moda e parlarne in modo dispregiativo sarebbe quantomeno da persone poco intelligenti visto come ci vestivamo noi che pischelletti lo eravamo nei primi anni novanta… Ricordate vecchietti e vecchiette? C’era un indumento che ha segnato la nostra generazione, ce l’avevano tutti i maschi, ma spesso lo usavano anche le femminucce, sto parlando del “Bomber”. Il colore esterno variava dal nero, blu scuro, verde o vinaccia, ma era l’interno che lo distingueva da tutti gli altri tipi di giacche a vento, arancione acceso! Se lo indossavi al contrario eri visibile da chilometri… anche al buio… E poi l’immancabile camicia a quadri di due taglie più grandi che usciva da sotto il bomber a formare una specie di gonnellona… Quando ci ripenso mi chiedo come abbia fatto ad andare in giro in modo così ridicolo, ma quando sei pischello è così, sei felice di non capire un c….

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Fino a qui tutto bene

Ieri sera mi sono guardato un filmetto che mi ha fatto tornare alla mente momenti di vita piacevoli ma passati da tempo. Il periodo a cui mi riferisco è quello dell’università, quel periodo della vita in cui sei giovane e pieno di speranze, che si, se non sei completamente idiota, in breve riuscirai a capire che molte lo rimarranno (soprattutto in Italia). Comunque il film s’intitola “Fino qui tutto bene”, cliccaci sopra per vedere il trailer. Il film prende spunto, oltre che dalla vita di un qualunque giovane universitario, da un documentario che fu realizzato alcuni anni prima proprio dallo stesso regista che poi ha diretto il film. Il documentario s’intitola “L’uva migliore” aricliccaci sopra se vuoi vedere il documentario. Il titolo l’uva migliore viene preso dalla dichiarazione di uno studente, presumo di Agraria, il quale asserisce che la vite dà il meglio di se nel momento in cui viene messa in difficoltà, in sofferenza insomma, metafora per far capire che probabilmente anche lo studente universitario dei giorni nostri ha lo stesso destino dell’uva, se poi una volta finito il percorso di studi sarà il migliore è ancora tutto da dimostrare. Comunque entrambi le creazioni del regista Roan Johnson sono davvero carine e piene di spunti di riflessione, e poi anch’io da buon toscano ho vissuto per un periodo la città di Pisa, e guardarla ha sempre un fascino particolare, anche quando sono anni che non la frequenti più, con Piazza dei Miracoli affollata di turisti, con l’Arno che placido scorre in mezzo alla città, con migliaia di studenti da tutta Italia che zaino in spalla cercano di crearsi un futuro. Quanti ricordi…

C’è chi spenge il cervello

Giornata grigia, rumore di pioggia battente fuori dalla finestra. Pensieri di persone care che hanno cambiato modo di pensare, anzi no, per certi versi hanno smesso di pensare. Come si può cambiare così drasticamente il modo di alimentare la propria mente, come si può passare da scrittori come Gabriel García Márquez a Novella Duemila, oppure in campo musicale da musicisti/poeti del calibro di Massimo Bubola a X Factor & Company… Non ci credo, anzi, non voglio crederci. Non me lo spiego. Come si può rinunciare a tanta bellezza per uniformarsi alla media. Mi dispiace. Ricordo poesie, musiche, racconti da occhi lucidi. Ricordo lettere delle quali invidiavo la scelta delle parole. Ricordo fame, fame di sapere, di scoperta di sé. E ora cosa c’è invece? Il tormentone dell’estate? L’ultima battuta idiota del comico di turno? O magari parliamo del prossimo cinepanettone? Non lo sopporto questo schifo. E cambia pure il carattere, egoismo dilagante, zero profondità, sorrisi finti come i soldi del Monopoli. Riunirsi in famiglia mi comincia a pesare, sto sempre più in silenzio, non vedo l’ora che i pranzi o le cene finiscano. Cazzo quanto mi dispiace!!!

La notte delle stelle cadenti

Stanotte è la notte delle stelle cadenti, la mitica notte di San Lorenzo. Per i più questa notte è legata ai desideri, perché si sa, quando vedi una stella cadente in cielo devi esprimere un desiderio… si… come se un sassolino che entra ad alta velocità nella nostra atmosfera incendiandosi potesse in qualche modo facilitare l’avverarsi dei nostri desideri… va bè… punti di vista… Comunque la maggior parte della gente ci crede, e quindi puoi tentare di far volgere il tutto a tuo favore. Io, verso i quindici/sedici anni, usavo la scusa delle stelle cadenti per restare fuori tutta la notte con gli amici. Era diventata un’abitudine, ogni anno i nostri genitori sapevano che la notte di San Lorenzo saremmo tutto il tempo a guardare le stelle… si… punti di vista… partivamo con tende, chitarre, fornellini da campo, zampironi anti zanzare, materassini, costumi e cambi per la notte. Poi mezzoretta prima di arrivare nel punto della spiaggia prescelto ritrovo al supermercato a fare il pieno di cibo e alcolici… troppo giovani? Punti di vista… In quelle notti facevamo di tutto, canzoni, scherzi, sbronze, bagni notturni, i primi pseudo rapporti, insomma tutto tranne che guardare le stelle… e i nostri genitori avranno creduto davvero che saremmo andati a vedere le stelle cadenti? Si, no? Va bè… Punti di vista…

A testa in giù

Oggi alla radio (non ricordo neanche di quale stazione si trattasse, che poi si dice stazione? O è canale? Bho…) chiedevano agli ascoltatori, potendo tornare indietro nel tempo, a quale ricordo sarebbero tornati più volentieri. Non so per quale strano motivo ma la mia mente mi ha riportato a un ricordo che avevo quasi rimosso. In un momento era chiaro e limpido. Avevo circa cinque o sei anni ed era estate, avevo appena corso una gara in bici, di quelle gare che si fanno nelle piccole cittadine per onorare il patrono o robe del genere. Ricordo che la vinsi quella gara, non per particolari meriti, semplicemente avevo il mezzo più adatto. Mi spiego meglio, erano i tempi che uscivano le prime mountain bike, ovviamente tutti i bambini si presentarono con le suddette, alcuni con delle bici più grosse di loro, non arrivavano a toccare i piedi in terra, tanto che alcuni genitori dovevano tenerli per il sellino prima della partenza per non farli cadere. Io senza rimorsi mi presentai con la classica bmx anni ottanta, l’unico senza protezioni e caschetto. Chiariamo subito che non mi presentai in questo modo perché avevo difficoltà economiche, semplicemente non me ne importava niente, né della gara, né dell’attrezzatura, a sei anni ero davvero il bambino più spensierato che esistesse. Fatto sta che al via li bruciai tutti, mentre io pedalavo all’impazzata e mi preparavo ad affrontare la prima curva loro continuavano a smanettare con il cambio, credendo che potesse dare loro chissà quale vantaggio. Per farla breve vinsi la gara facilmente. Subito dopo qualcuno mi consegnò una medaglia da primo classificato, io la osservai per qualche secondo e poi la consegnai a mia madre senza curarmene più di tanto. Subito dopo quell’episodio vidi una ringhiera a bordo pista e il mio cervellino da infante allegro e beato pensò che sarebbe stato bello dondolarsi a testa in giù da quella ringhiera, e così feci. I miei genitori e alcuni conoscenti non sapevano più dove fossi finito, finchè mio padre mi vide, e senza disturbarmi non fece altro che scattarmi una foto. Incurante di aver vinto, spensierato, senza dover dimostrare niente, senza chiedere di più, semplicemente vivendo quell’attimo di giovinezza. Lì. A testa in giù. Appeso alla ringhiera.

Gioco di luce

Avevo delle foto appese alla parete. No, non il classico gruppo di foto da camera in cui si vede solo il proprietario delle stesse mentre bisboccia con gli amici o la fidanzata. Un semplice collage di foto che facevano parte della mia vita. Qualche amico, la mia vecchia auto, qualche parente, un orso strano che fotografai non so dove, ex compagni di scuola, di università, e si, in qualcuna c’ero anch’io. Stasera mi sono messo a guardarle, cercavo di tornare indietro con la mente, fino ad arrivare a quei periodi, riassaporare vecchi ricordi, le illusioni adolescenziali che avevo, le seghe mentali (perdonate il francesismo…) tipiche di chi sogna quando non dorme, in poche parole una sana serata di nostalgia. Poi da qualche parte nel mio cervello è scattato qualcosa, il punto di vista era diverso, la mia mente giudicava, in un attimo le persone ritratte era come se avessero cambiato espressione, in base a più recenti ricordi ognuno mi richiamava alla mente pensieri spiacevoli, ovvio non tutti, ma in gran parte si. E allora mi sono alzato dalla sedia, sono andato verso la parete e le ho tolte. Tutte. Le persone cambiano, anche le più vicine, quelle sulle quali avresti scommesso tutto cambiano, è la natura mutevole dell’esistenza (ma cos’ho detto??? Mha…). L’unica domandina che mi sorge spontanea è perché quelli intorno a me sempre in peggio? Bha… domande a cui difficilmente si può rispondere, e forse non ne vale neanche la pena… Comunque ora ho una parete bianca. Gli ottimisti penseranno che è una parete pronta per essere riempita da nuove foto, nuove gioie, nuovi ricordi. I pessimisti penseranno che sarebbe molto più bella tinta di nero, senza neanche una foto a testimoniare vecchie e false amicizie o pietosi amori perduti. Io? Ah io non so, per adesso sono troppo impegnato a proiettare le mie ombre cinesi sulla suddetta parete… il cane non mi viene per niente bene…

PS: quando sento la voce di Nick smetto di fare quello che sto facendo per ascoltarlo… ok sarà il caso di non portare Nick nello stereo in macchina…

Ombre-cinesi-al-contraio

Caramelle alla menta

Caramelle alla menta, questo è ciò che più mi ha colpito di te. Non ti ho mai conosciuto, non so che voce avevi, non so che odore avevi, non ti ho mai visto ne ridere e ne piangere, non ho potuto giocare con te, arrabbiarmi con te, fare pace con te… Non ho potuto viverti… Come innumerevoli specie del passato non hanno potuto convivere nello stesso momento anche noi siamo divisi da un paio d’anni, quell’istante nel tempo in cui tu non eri più vita e io lo diventavo. Ho cercato informazioni su di te, nella mia testolina di bambino cercavo disperatamente qualcosa in comune, volevo assomigliarti a tutti i costi, chissà poi perchè… Fortunatamente alle mie richieste di aneddoti che ti riguardassero mi hanno sempre accontentato, e spesso anche se sapevo già la storia me la facevo raccontare nuovamente, non mi stancavo mai di sentire di te. Mi hanno raccontato che eri un uomo buono e sempre sorridente, grande lavoratore e compagnone, a starti vicino si percepiva energia positiva, ti piaceva portare mia sorella in giro col tuo camion e ogni volta che ti presentavi a casa a prenderla regalavi caramelle di menta a tutti i presenti. Che strano modo di presentarsi, regalare caramelle di menta, e mi dicono anche fossero buonissime. Altro particolare che ti distingueva è il fischiettare o canticchiare quando entravi in casa, e qui credo proprio che madre natura ci abbia messo lo zampino perchè anch’io lo faccio spesso… Forse è davvero questo ciò che maggiormente ci accomuna, l’amore per la musica, il fatto di averla sempre in testa anche mentre facciamo altre cose, o forse è solo una mia impressione… forse è solo la nostalgia del pensiero che avevo quando ero bambino… Mi sono davvero fatto raccontare ogni cosa su di te, ho tentato di capire com’eri, cosa pensavi, ma è difficile. Ogni racconto che ho sentito passa attraverso gli occhi e la mente di qualcuno che in un certo senso lo storpia e lo deforma, poi ci sono le foto, poche e fatte con strumenti ormai obsoleti, ti vedo diverso in ognuna, non riesco a farmi un’immagine limpida del tuo viso… E anche questo è curioso, l’immagine di te nella mia mente è deformata quanto il tuo nome è stato deformato per far nascere il mio… Ciao Zio, e ti voglio bene, anche se non ti ho mai conosciuto…

Il Ciclamino

Dominio Eukaryota – Regno Plantae – Superdivisione Spermatophyta – Divisione Magnoliophyta – Classe Magnoliopsida – Sottoclasse Dilleniidae – Ordine Primulales – Famiglia Primulaceae – Genere Cyclamen.

Mamma mia che classificazione allucinante per individuare un fiorellino così piccino! Però nella mia infanzia questo fiore ha avuto un significato particolare. Da quando ho ricordo il ciclamino ha segnato l’inizio del periodo estivo, adesso mi si dirà che non è ancora ufficialmente estate ed è vero, ma comunque nel mio cervellino di bambino questo fiorellino, col suo profumo particolare, scandiva il passaggio dalla stagione fredda a quella calda, e per questo l’ho sempre osservato con molto piacere. Ricordo da piccolo quando con mia madre andavamo a raccogliere pinoli e ciclamini, andava sempre a finire che ne mangiavo una quantità industriale e mi veniva il mal di pancia… di pinoli ovviamente… Adesso mi limito ad osservarli mentre corro, tra l’altro credo che sia passata una legge che li tutela, quindi per chi avesse pensato di emulare me e mia madre andando a cogliere un mazzolin di fiori occhio, potrebbe fioccare la multina se passa la forestale. In questi giorni invece mi sono reso conto perfettamente del passaggio alla stagione calda quando durante il mio girovagar sono arrivato qui (ho fatto la foto per provare il cell nuovo… altrimenti difficilmente fotografo, tendo a godermi il momento senza immortalare…).

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E’ una piazza di una città italiana sulla costa tirrenica ma non dirò di più… (sembro lo Stregatto) Vediamo se qualcuno la riconosce (ci sono anche un sacco d’indizi…). Comunque a parte l’indovinello sono arrivato in questa bellissima piazza verso le quindici e trenta, il sole scaldava e accecava, dalla foto non si nota ma si faticava a stare senza occhiali, l’odore di salmastro nell’aria, i gabbiani, il rumore delle onde… trovarsi nel momento giusto al posto giusto e godersi il panorama mentre il sole ti scalda e la brezza ti rinfresca… poi è scattato il gelatone!

#6 TRE DI TRE

Per l’appuntamento odierno della rubrica TRE DI TRE frutto del gemellaggio con Viaggio al Termine Della Notte l’argomento è “tre canzoni che fanno parte della colonna sonora della tua vita”, e ce ne sarebbero da postare, ne sceglierò solo tre come prevede la dura lex sed lex, ma userò un criterio ben preciso, e cioè il mio accostamento alla musica, dai primi passi ai giorni nostri… Con tre pezzi soli… mmm… va bè proviamo!

1- Il primo gruppo musicale che abbia davvero apprezzato sono stati indubbiamente i Queen, intramontabili, se dovessi scegliere un pezzo significativo direi “Who wants to live forever” dell’album A Kind Of Magic, probabilmente il primo disco che ho realmente voluto.

2- Crescendo la curiosità e la passione per questa splendida forma d’arte ho avuto la possibilità di ascoltare molta musica proveniente da vari generi, quindi anche in questo caso la scelta è particolarmente difficile, a pensarci bene una canzone che mi ha davvero aperto gli occhi su cosa voglia dire suonare e farlo bene è “Hotel California” degli Eagles versione live dell’album “Hell freezes Over”

3- Arriviamo ai giorni nostri e come si suol dire ne è passata di acqua sotto ai ponti, quindi sceglierò un pezzo attuale che negli ultimi tempi mi ha colpito particolarmente, l’artista è già stato accostato dalla critica alla figura di Bob Dylan, ma io non lo farò, mi limiterò ad ammettere che in alcune sonorità può ricordarlo ma non mi sbilancerei oltre, sto parlando di Kristian Matsson in arte The Tallest Man On Earth, cantautore svedese davvero curioso, il pezzo che scelgo è il primo che ho sentito Love is All direttamente da You Tube, e c’ho visto del buono…

Spero che vi siate divertiti e che abbiate passato un felice Natale, non come me che ho abusato di cibo e alcol e so che dovrò correre mesi per smaltire tutto questo me di troppo.

PS: ho scoperto che non mi piace più l’amaro, una volta lo bevevo, ora mi fa ribrezzo…

#3 TRE DI TRE

Rieccoci all’attesissimo appuntamento con la rubrica TRE DI TRE frutto del gemellaggio con Viaggio al Termine della notte, l’argomento di oggi è tre volte in cui ho pensato “non ce la faccio”. Quindi via al lavoro sui ricordi.

1- Il ricordo più fresco relativo al pensiero “non ce la faccio” è veramente recente, stasera praticamente. Ho cambiato posto per correre, andando la sera sono costretto a limitarmi a zone illuminate, direte voi “vacci di giorno” e c’avete pure ragione ma ormai ho preso l’abitudine ad andare la sera, va bè, insomma, stavo correndo e ad un tratto crampi al polpaccio destro, mi mancavano solo cinquecento metri alla fine e non volevo mollare, ma al terzo crampo ho davvero pensato “non ce la faccio”.

2- Un’altra volta che ho pensato non ce la faccio è stata alle superiori, professoressa fossile, completamente rincoglionita che non mi accettava la giustificazione per un assenza firmata da me, avevo già compiuto diciotto anni, dopo vari tentativi di farla ragionare penso “non ce la faccio” ho bisogno d’aiuto, opto per uscire dall’aula e andare dal Preside con lei dietro che mi ingiuriava, io tranquillo e pacato procedo per la mia strada. Gli spiego la situazione, ovviamente capisce al volo e rispiega da capo tutto alla Prof. che mi guarda con odio e mi dice che va bene. Tranquilli non ho vinto, ho avuto l’insufficienza tutto l’anno…

3- Altro giro altra corsa ma è una cazzata quindi se volete roba seria smettete di leggere, è stato prima di scrivere questo post, stavo guardando i nuovi sci Nordica Dobermann e mentre sbavavo ho pensato “non ce la faccio” a comprarmeli 

Avevo in mente di scrivere anche di una volta in cui guardando una ragazza negli occhi ho pensato “non ce la faccio”, o l’ammazzo di botte o me ne vado, ho optato per la seconda altrimenti probabilmente sarei in gatta buia adesso. Ma è roba vecchia e a me invece piace la roba antica, che abbia un valore.