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Buropazzia

Luogo Oltralpe, il Corvo deve procurarsi un documento ma non sa minimamente come fare quindi si reca a un ufficio, la signorina gli dice di chiamare un numero telefonico per chiedere un appuntamento presso l’ufficio specializzato. Il Corvo chiama e prende l’appuntamento che sarà tre giorni dopo. Il giorno stabilito si reca all’ufficio specializzato, lo fanno attendere sui 35/40 secondi abbondanti, poi si reca nell’ufficio e nel giro di dieci minuti ha in mano il documento di cui aveva bisogno.

Luogo Italia, il Corvo deve procurarsi un documento ma non sa minimamente come fare quindi si reca a un ufficio, entra ma non c’è nessuno, quindi inizia a aprire porte a caso disturbando praticamente tutti. Alla fine trova casualmente un’anima pia che gli spiega in quale ufficio recarsi, il Corvo ci va e scopre che quelle trenta persone che lo osservano entrare nel corridoio non sono interessate a lui, ma semplicemente sono ferme ad aspettare il proprio turno per entrare nello stesso ufficio dove anche lui deve andare. Il Corvo fa quasi tre ore di fila, poi entra e il signore gli dice che per avere quel documento deve procurarsene un altro in un altro ufficio. Il Corvo riparte per l’altro ufficio e fortunatamente non c’è fila, lo servono subito e munito del documento che serve per avere l’altro documento se ne torna a casa perché ormai si è fatta sera. Il giorno dopo, memore della superfila del giorno precedente, il Corvo va all’ufficio con un’ora d’anticipo sull’apertura, e cosa trova? Trova che davanti a lui ci sono ben diciassette persone che il Corvo sospetta abbiano dormito lì per accaparrarsi i primi posti. Dopo un’altra fila di almeno tre ore lo servono e cosa gli dicono? Che per avere il documento che gli serve, deve prendere tutti i documenti che finora gli hanno dato e chiedere l’appuntamento per un altro ufficio, e come si richiede questo fantomatico appuntamento? Ma certo, presentandosi a un altro ufficio ancora. Il Corvo dopo aver cambiato colore in faccia dal bianco al porpora scuro, aver lanciato sguardi da assassino patentato a tutti i presenti e aver mentalmente maledetto l’intera palazzina fa appello a tutta la sua immensa pazienza e chiede cortesemente se ci fosse un modo per saltare qualche passaggio. Gli dicono che si può chiedere l’appuntamento per mail. Il Corvo ha appena inviato la mail, alla quale qualcuno dovrà rispondere entro trenta giorni. Ovviamente è la mail di richiesta per l’appuntamento…

Ciò che ho appena scritto non è frutto di fantasia, è accaduto realmente, sia ciò che riguarda l’Oltralpe sia ciò che riguarda il nostro bel paese. In questo video due disperati che come me hanno avuto l’enorme sfiga di confrontarsi con la burocrazia italiana…

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Luoghi familiari

Che succede quando torni casualmente, e dopo anni, in un posto dove hai passato momenti di vita intensi? Semplice, il tuo cervello non fa altro che ricordare, la tua mente s’infila in un turbinio di ricordi e ogni passo che fai, ogni odore che senti dal turbine esce un frammento della tua vita. Questo è un posto particolare per me, è un posto che ho dovuto frequentare assiduamente per vari anni e per diversi motivi. Lo sento un po’ mio anche se non si trova nella città in cui vivo.

Così, dopo anni, il caso ha voluto che un impegno mi riportasse lì, e la prima cosa di cui mi sono accorto è… che hanno cambiato il senso di marcia delle strade, particolare che mi è stato gentilmente fatto notare dall’automobilista che mi son trovato davanti al momento di una svolta in una viuzza, che con un soave colpo di clacson di dieci secondi buoni e un delicatissimo “VAFFANCULOOO!” urlato con quanto fiato aveva in corpo, mi metteva a conoscenza di star cercando d’imboccare la via contromano. A parte ciò, la cosa che mi è balzata agli occhi immediatamente è stata che non c’erano più i negozi a cui ero affezionato. Cavolo, non c’è più il bar dove andavo, neanche la pizzeria di fronte, e che dire di quel negozio di musica dove passavo le ore a guardare le riviste musicali e i vinili… tutto andato… Cavolo quanto mi son sentito vecchio… Però una cosa è rimasta, l’odore di salmastro che contraddistingue questa città, l’atmosfera marinaresca, e quello slang nella parlata della gente che appena lo sento mi si stampa il sorriso sulla faccia. E prima di tornarmene a casa mi son pure fatto un bel 5 e 5!

Principe Libero

Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo post, ho dovuto. Avevo la necessità di far passare del tempo per digerire il film Principe Libero, di cercare di capire cosa realmente penso di questa trasposizione cinematografica della vita dell’immenso. Ho cercato anche di documentarmi per vedere cosa ne pensa la gente, ma a parte qualche critica sul dialetto genovese praticamente inesistente, o sulla messa in scena di una genova troppo pulita e educata ho trovato, più che altro, pareri positivi, il film alla stragrande maggioranza delle persone è piaciuto. Mentirei se dicessi che non è piaciuto anche a me ma bisogna anche tenere conto che quando leggo o vedo o ascolto qualcosa di inerente alla figura dell’immenso tendo ad essere di parte in maniera esagerata. Prima di tutto vorrei menzionare Luca Marinelli, ha fatto del suo meglio per interpretare Faber ed è stato anche bravino ma sinceramente, per quanto possa essere bravo, impersonare l’immenso è dannatamente difficile, e per quanto mi riguarda avrei scelto una faccia più interessante, più misteriosa, più dannata forse, Marinelli mi dà l’idea di una faccia troppo pulita, da bravo ragazzo, non chè Fabrizio non lo fosse in giovane età, ma diciamocela tutta, Faber era anche un ladro di canzoni, uno che per scommessa dette un morso a un topo appena vomitato da un gatto, per gran parte della sua vita ha bevuto come una spugna e fumato come una ciminiera, la faccia di Marinelli, con questi grandi occhioni azzurri da bambino non rende giustizia allo sguardo perennemente a mezz’asta dell’immenso. Chiuso il capitolo Marinelli, che al di là dell’impersonificazione di Fabrizio direi che ha pure cantato benino, un plauso va alle due attrici Valentina Bellè e Elena Radonicich che hanno interpretato rispettivamente Dori Ghezzi e Enrica “Puny” Rignon. Molto brave entrambe, anche se conoscendo poco sia Dori che Puny è più difficile dare un giudizio, comunque devo dire che entrambe sono state credibilissime e mai caricaturali, davvero un bel lavoro per le due attrici. Grande prova di recitazione anche di Gianluca Gobbi che ha interpretato l’onnipresente amico  Paolo Villaggio, anche se immaginarsi un Vil laggio così spavaldo e spumeggiante è davvero difficile, probabilmente il mio immaginario è stato influenzato dalle ultime interviste in cui era ormai vecchio e, passatemi il termine, rincoglionito. In definitiva il cast mi è sembrato decisamente preparato e ben diretto dal regista Luca Facchini che conoscevo solamente per un documentario dal titolo “A Farewell to Beat”, che ripercorre la vita e il lavoro con la Beat Generation della mitica Fernanda Pivano (che compare anche nel film), scrittrice, giornalista, critica musicale, e chissà quante altre doti aveva questa super donna… Colei che appresa la morte di Fabrizio disse “L’Italia ha perso il suo più grande poeta” e per rubare una frase a Faber io direi “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”. Insomma, il cast e il regista hanno fatto un discreto lavoro, non eccelso certo, ma davvero buono. Allora cos’è che ancora non mi convince? Perché sento ancora questo retrogusto d’incompiuto, di sospeso, d’insufficiente? Semplice, perché lo è… e non potrebbe essere altrimenti… In poco più di quattro ore non si può condensare la vita dell’immenso. Sono rimasti fuori, oltre a troppi accadimenti tipo le querelle con Jannacci, o con Gaber, o il lavoro con la PFM, o quello con Bubola ecc, anche molte sfaccettature caratteriali tipo l’amore incondizionato per l’anarchia, infatti a parte la frase rivolta a Mannerini in cui dice che l’anarchia non è fare come ti pare ma darsi delle regole prima che te le diano gli altri, non c’è alcun accenno, non si vede mai la sua maniacale ricerca d’informazioni che faceva sempre prima di scrivere qualsiasi cosa, non si vede ad esempio una cosa che lo contraddistingueva da chiunque, che è una cazzata, ma che ti fa capire l’uomo dietro al mito, e cioè che lui scriveva su tutto, fazzoletti di carta, giornali, libri, carte dei cioccolatini, come gli veniva in mente qualcosa lui scriveva, e se non aveva carta e penna se l’inventava al momento. In definitiva manca tanto di quello che era l’immenso, ma non mi sento di criticare troppo chi ha lavorato per questo film perché è semplicemente impossibile fare una trasposizione della vita di un uomo così geniale e particolare, se si vuole conoscerlo davvero a fondo non lo si può fare in altro modo che ascoltando e leggendo tutto ciò che ha creato, cercando di capire, fin dove si può, quello che ha cercato di trasmetterci, e lasciando, perché no, alla nostra mente d’immaginare chi fosse.

PS: la canzone che segue il post non poteva essere che di lui, è una canzone della quale non ho mai capito il vero significato, quando l’ascolto lascio che la mente vaghi tra i miei ricordi, non so perché, ma mi piace sempre pensare che in questa canzone ci sia un bel po’ di me.

Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Esiste una categoria di persone che non ho ancora capito se mi stanno sui coglioni o se le invidio, o magari tutt’e due…. Sono quelli che io chiamo “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”. Questa particolare tipologia di persone ha la capacità di cambiare comportamento e atteggiamento a comando, così da risultare agli occhi degli altri esattamente come meglio credono, o come più gli fa comodo. Una di queste persone è un mio collega, quando si rapporta col cliente è sorridente, calmo, oserei dire quasi carino e coccoloso, appena il cliente se ne va Mr. Hyde esce in tutto il suo splendore, il volto si trasfigura, la voce diventa più roca, il linguaggio si condisce di termini a dir poco scurrili, addirittura la postura cambia, come se uscisse da sé stesso un’altra personalità. Non riesco a capire se è un bravo attore o se è affetto da un disturbo da personalità multipla… Vero è che questa sua qualità (o patologia?) lo rende piacevole a un sacco di persone e gli permette di mascherare a comando qualsiasi emozione non gradita in quel preciso momento. Io, decisamente, non possiedo questa capacità, soprattutto quando mi girano gli zebedei, vengo sgamato praticamente all’istante. Ricordo una volta che mi giravano in particolar modo un amico mi disse “non ti chiedo neanche che hai, spero solo di non essere io a causarti l’incazzatura che ti leggo in faccia” e io “si vede tanto?” e lui “nooo… si spengono i lampioni al tuo passaggio…”.

PS: Il signorotto in carne qua sotto mi fa troppo ridere, uno degli attori comici che preferisco… e chi non avesse visto il film da cui è tratto il video se lo veda, s’intitola “Alta fedeltà”, niente di eccezionale ma se si vuole passare un oretta e mezzo senza guardare le solite serie del c***o questa è una buona alternativa….

Fenati, un gesto folle…

Nelle corse, che siano di auto, di moto, o di qualunque altro mezzo siamo abituati a vedere duelli serrati al limite del lecito, spesso i piloti compiono manovre azzardate che in alcuni casi mettono a rischio se stessi e chi condivide la pista con loro. A noi spettatori quelle manovre possono generare indignazione come esaltazione, come tante altre cose in questo mondo dipende da quale punto di vista le si osservano. Quello che però è successo Domenica al “Misano World Circuit Marco Simoncelli”, non solo non si era mai visto nelle corse motociclistiche, ma, a mio avviso, non è classificabile, e specificatamente al mondo delle moto è il gesto più brutto e pericoloso che un pilota possa pensare di fare. Sto parlando del gesto che Romano Fenati si è permesso di fare ai danni di Stefano Manzi. In pratica, durante la gara di Moto 2 i sopracitati piloti, come direbbe qualcuno degli addetti ai lavori, si sono presi a sportellate. Succede, è nel DNA delle corse, e in quello dei piloti. Quindi, dopo diversi sorpassi e controsorpassi aggressivi Fenati ha deciso deliberatamente di affiancare Manzi, togliere la mano sinistra dal proprio manubrio, portarla su quello dell’avversario e pinzare il freno anteriore. Fortunatamente la moto di Manzi ha solamente sbandato e poi ha continuato dritta per la sua strada, ma alla velocità di più di duecento chilometri orari una pinzata al freno anteriore può portare tranquillamente al ribaltamento della moto e del pilota, con conseguenze potenzialmente letali. Il gesto di Fenati ha portato come conseguenza nell’immediato la bandiera nera che l’ha costretto a fermarsi all’istante. Nei giorni seguenti la Dorna (la società che gestisce il mondiale Motogp) ha deciso di squalificare per due gran premi Romano Fenati a causa del gesto folle che ha commesso in gara, e di penalizzare Stefano Manzi con meno sei posizioni in griglia nel prossimo gran premio per guida irresponsabile. C’è chi dice che la squalifica per due gran premi non è sufficiente, molti credono sarebbe stata più consona la squalifica per l’intero campionato, e comunque è evidente che la Dorna più di tanto non può fare, perché avrebbe dovuto essere più rigida anche in passato con un certo Marquez, e non avendolo punito adeguatamente non può farlo oggi con chiunque altro. Per quanto mi riguarda mi associo alle parole del pilota Motogp Cal Crutchlow il quale non va tanto per il sottile e afferma “Credo che Fenati non debba più salire su una moto”. Il gesto di Fenati è stato volontario e potenzialmente letale, è come puntare una pistola contro qualcuno, fare fuoco, e casualmente non centrarlo, perciò per me non ci sono dubbi, Fenati andrebbe squalificato a vita. Nonostante la Dorna abbia fatto poco, fortunatamente ci hanno pensato l’attuale team (Marinelli Snipers Team) che lo ha licenziato in tronco, e il futuro team (Forward Racing Team) che per il 2019 non ne vuole più sapere niente di lui. Da questa triste vicenda spero solo che i giovani e giovanissimi piloti imparino che va bene correre, va bene anche il sano agonismo e la voglia di vincere, ma c’è un limite. In moto si rischia la vita ogni volta che ci si sale sopra, cerchiamo almeno di non aumentare la probabilità dando sfogo alla parte peggiore di noi stessi.

Acquisto su E-Bay e mi arriva merce Amazon???

Mi è successa una cosa un po’ strana acquistando on line. Giorni fa ho deciso di acquistare un oggetto on line e dopo aver visionato le varie offerte che la rete metteva a disposizione ho optato per il classicissimo E-Bay. Proprio oggi mi arriva puntualissima la merce, solo che c’è un piccolo problema, l’imballo riporta a caratteri cubitali la scritta Amazon. Ora, qualcuno potrebbe pensare che io sia un pignoletto rompi scatole (e probabilmente avrebbe pure ragione…), ma io me ne sbatto perché a me non va per niente essere preso per il culo, e questa società spesso e volentieri se ne abusa. Il fatto che io abbia scelto il circuito E-Bay non è una cosa casuale o dettata da una strategia economica, ma è semplicemente il frutto di una visione d’insieme, mi spiego meglio. Tempo fa abbiamo assistito a alcuni servizi giornalistici che denunciavano una situazione lavorativa all’interno di Amazon che a mio avviso è ed era a dir poco agghiacciante. Lavoratori a cui si conta il tempo che ci mettono per spostarsi da uno scaffale all’altro, persone riprese dai propri superiori perché ritardavano di un minuto la pausa al gabinetto ecc. Dopo aver compreso il modus operandi di tale azienda mi sono convinto a non acquistare mai più da loro. Esercito semplicemente il mio diritto a non stimare un’azienda e mi preoccupo di non acquistare mai da essa. Quindi scegliendo E-Bay pensavo di poter stare tranquillo, credevo non avesse niente a che fare con Amazon. Adesso gli scenari che mi sorgono spontanei in testa sono due: o E-Bay ha fatto una qualche convenzione segreta con Amazon permettendogli di vendere sulla propria piattaforma, anche se mi risulta abbastanza improbabile dato che sono due diretti concorrenti… oppure il furbone dal quale ho acquistato compra su Amazon e rivende su E-Bay sfruttando proprio i clienti che come me pagano volentieri un po’ di più pur di non passare da Amazon… C’è qualcosa sotto e mi piacerebbe proprio saperne di più…

Cosa voglio?

Luca dice che gli basta un panino, finchè avrà il suo cazzo di panino da addentare si sentirà l’uomo più felice del mondo. Mary è più pragmatica, ti guarda dritto negli occhi e senza esitazione ti dice che l’unico obiettivo vero è fare soldi. Marco vive di ricordi, è un nostalgico in piena regola e non ha idea di cosa sia il futuro finchè non se lo ritrova davanti. Diana vuole una famiglia, probabilmente la sogna in stile mulino bianco, con tavola imbandita e marmocchi con aria festante, nonno che cerca di aggiustare il motorino e nonna identica alla vecchina di Ace gentile. Roberto è contento solo se c’è la gnocca, come sia la sua vita tra cinque minuti o tra dieci anni poco importa, basta che ci sia da scopare. Gigi è calcio-dipendente, togligli il campionato e la partitella di calcetto con gli amici e probabilmente si suiciderebbe in breve tempo. E io? Cosa voglio? A me basterebbe un bel piatto di serenità, con un contornino di giustizia sociale, una spruzzata di spensieratezza e un bel topping all’amore, ma qualcuno dica allo chef di andarci piano con i rompicoglioni che sono intollerante…

Apatia

Un mio amico mi fa “che c’hai?”, me lo chiede perché in questo periodo mi vede apatico, non traspaiono emozioni sul mio viso e giustamente si preoccupa. La mia risposta è stata “niente” ma in realtà ne avrei avute di cose da dirgli, tipo: non credo a e in me né tanto meno negli altri. Non ho più voglia neanche di andare in moto e anzi, avrei pensato di venderla. Ho la vitalità di un comodino in questo periodo, e me ne starei volentieri tutto il giorno sdraiato. Se conosco qualcuno di nuovo riesco solo a vederne i difetti, una miriade di difetti. Più vado avanti e più credo che la frase di Paul Watson che fa riferimento alla nostra specie come “un gruppo di primati fuori controllo” sia perfettamente azzeccata. Non riuscirei a ridere di gusto neanche davanti al miglior comico. L’unica cosa positiva a cui penso è che mi vorrei comprare un violino solo ed esclusivamente per imparare a suonare “Impressioni di Settembre” come Mauro Pagani.

Genova… di chi è la colpa?

Come tutti credo, anch’io sono rimasto davvero scioccato da ciò che è successo a Genova. Quando ho letto la notizia su un portale d’informazione sono rimasto letteralmente di sasso per qualche istante, il mio cervello si è fatto subito un’immagine del crollo del ponte in mezzo alla città. Ricordavo di esserci passato in più di un’occasione e quindi sapevo benissimo che il ponte era sospeso sopra le case, e sinceramente pensavo che i morti sarebbero stati molti di più. Il fato ha fatto sì che la parte di ponte crollata sia caduta su alcuni capannoni fortunatamente vuoti da persone, ma diciamocela tutta, è stato un caso fortuito e di fronte a quella trentina di morti per adesso accertati, è una magra consolazione. Adesso, come in ogni italiana tragedia si contano i morti e si accusano i presunti responsabili, ma durerà poco, come diceva un bravissimo attore teatrale “in Italia l’indignazione dura meno dell’orgasmo… e dopo viene sonno…”. A chi dareste la colpa dell’accaduto? Alla Società Autostrade? Al comune di Genova? Al ministero dei trasporti? Sicuramente dopo un’attenta analisi si riuscirebbe a trovare una serie di responsabili in mezzo alla complicata rete di autorità e società che gravitano intorno a un ponte del genere, ma se vogliamo davvero andare alla radice del problema penso che la colpa sia da ricercare in altri ambiti. Vorrei far riflettere che la nostra società, e non intendo solo quella italiana, è fondata sul business, sul profitto, sui soldi insomma e semplicemente un ponte costruito una cinquantina di anni fa non genera denaro, è solamente un costo, e quindi bisogna cercare di ridurre al minimo le spese, per questo valutare se e quando farne la manutenzione. Non è una novità che crollino i ponti, o per qualche episodio di intensa pioggia vengano giù frane e smottamenti vari, o che deragli qualche treno e poi esploda incenerendo una trentina di persone e potrei continuare per ore… il motivo che ci viene dato per il quale questi avvenimenti accadono è sempre il medesimo, o non c’è stata manutenzione, o chi l’ha fatta non l’ha fatta come si deve. E invece no, la verità è che la manutenzione è solo un costo sostanzioso che in una società basata sul profitto si cerca sempre di rimandare o di cancellare, molto meglio investire su altre nuove grandi opere, che portano lavoro e fondi d’investimento e quindi tanti bei soldini per gli amici degli amici degli amici… Questa è la società in cui viviamo oggi, e mi piacerebbe molto aggiungere un bel “prendere o lasciare”, ma non posso, perché non la si può lasciare…

PS: oggi, alla fine di questo post non troverete nessuna canzone, o meglio, troverete solo il silenzio, che è l’unica vera colonna sonora che ben si addice a ciò che è accaduto. Quindi come diceva il solito attore teatrale “i silenzi andrebbero cantati…” quindi cantatelo…

Non ancora…

Uscito da lavoro m’incammino verso la vettura che mi riporterà a casa. Cammino col passo calmo di chi va a rifiatare dopo un lungo turno di lavoro. Sul lungo mare ci sono tutti, dai ragazzini in bici che ti sfiorano velocissimi alle famigliole con passeggino, qualche coppietta mano nella mano, alcuni anziani che discutono animatamente davanti a qualche bicchiere di vino probabilmente di troppo. C’è la classica afa d’agosto ma la brezza di terra riesce comunque a preparare un’aria fresca per la notte. Respiro a pieni polmoni e riconosco subito quell’aroma salmastra che tanto mi mancava quando me ne stavo oltralpe. E in questa serata afosa d’agosto i pensieri mi portano alle vicissitudini che ho affrontato in questi ultimi anni. Il cambiare spesso (troppo forse?) posto dove vivere, idem per i posti di lavoro, aver accantonato tante amicizie (deleterie? Mha… chi lo sa…), aver cercato la mia strada nonostante sguardi increduli, opinioni discutibili, consigli ambigui… Si, io l’ho fatto, lo posso dire. Io ho cambiato tutto e ricominciato da zero. Ascoltando solo me, sbagliando e riprovandoci continuamente, senza spinte, senza raccomandazioni… e adesso che le cose si stanno assestando e armonizzando indovinate un po’? Si, una parte di me vorrebbe rivoluzionare ancora! Partire per chissà dove, conoscere altra gente, imparare, stupirmi nuovamente. Ma non è ancora il tempo di una nuova rivoluzione… non ancora…