Tag: riflessioni

Egoismo

In questi giorni ho dovuto comportarmi in un modo che non solo non mi piace, ma va contro la mia naturale indole. Mi spiego meglio, io odio profondamente quelle persone che prendono decisioni, che influenzano anche gli altri, quando gli pare, facendo e disfacendo come meglio credono, e poi, a cose fatte, e solo quando non si può ormai più tornare indietro, te lo comunicano. Non le odio per partito preso, ma semplicemente perché credo che se una determinata azione ha influenza sulla vita di qualcun altro è bene parlarne prima e decidere insieme il da farsi. In questi giorni mi son voluto togliere la soddisfazione di rendere pan per focaccia, e indovinate un po’? Qualcuno si è pure arrabbiato, e la cosa mi ha appagato non posso negarlo, per una volta ho intenzionalmente fatto la cosa sbagliata per dare una lezioncina a chi ha sempre avuto come abitudine questo tipo di comportamento. Comunque, nonostante mi sia tolto questa soddisfazione non spero minimamente che la lezione sia servita per il futuro, certe persone si comportano così per il proprio carattere del c***o, non cambiano solo perché gli hai dimostrato che sbagliano, l’egoismo è radicato nella natura di alcuni soggetti e non è estirpabile, soluzione, allontanarsi da tali personaggi.

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Effettivamente se ne sentiva la mancanza…

Era davvero passato troppo tempo dall’ultimo attentato terroristico, quindi Martedì sera, al mercatino di Natale di Strasburgo un baldo giovine ha deciso di aprire il fuoco sulle persone intente a comprare regali per i propri cari, ricordandoci che forse mettere in dubbio il luogo comune “a Natale siamo tutti più buoni” non è poi una cosa così sbagliata. E non sarebbe, a mio avviso, una cosa così sbagliata mettere in dubbio anche l’operato delle forze dell’ordine, perché se è vero che era stato condannato venti volte per reati minori, era già stato in carcere una volta per aggressione, un’altra per furto con scasso, schedato come radicalizzato islamico ed era conosciuto anche dalle autorità Tedesche e Svizzere, mi spiace ma qualche dubbio mi viene. Com’è che questo con tutti questi precedenti e prove tangibili di essere affiliato a organizzazioni terroristiche è riuscito a procurarsi un fucile e a sparare dentro un mercatino? Scusate ma chi lo deve controllare un elemento così? La responsabilità è sicuramente di chi commette il reato ma cavolo, lasciare libero di agire un elemento di questo genere è proprio da imbecilli. Ma chi l’ha addestrata l’intelligence europea, Topo Gigio?

La vita quando ci si mette è proprio bastarda…

Roberta è una donna come tante, niente di speciale a parte il fatto che ha ereditato una simpatia spropositata dal suo papà, se te la ritrovi nella tua combriccola è uno spasso, riuscirebbe a strappare una grassa risata anche al più compassato dei caratteri. La vita di Roberta scorre tranquilla tra alti e bassi come quella di chiunque altro fino ai trent’anni, perché a quell’età la sorte decide di farle lo sgambetto, il primo di una lunga serie. Un brutto male si prende il suo papà, quel signore simpatico che quando eravamo piccoli ci faceva sempre ridere, ricordo che spesso era l’addetto al trasporto della combriccola di noi mocciosi che, all’età di undici/dodici anni, volevamo andare alle varie fiere di paese, feste di carnevale, e chi più ne ha più ne metta. Roberta, nonostante il suo grande ottimismo e la sua simpatia accusa il colpo, la tristezza le mangia un po’ di quella serenità che fino a quel momento aveva caratterizzato la sua vita, d’altronde come avrebbe potuto non essere così… Passato qualche tempo Roberta e il suo ragazzo decidono di convolare a nozze, bella cerimonia, gran bel viaggio di nozze e al ritorno una casetta che avevano appena comprato insieme, ma come accennato precedentemente la sorte ha voluto cambiare le carte più di una volta nella sua vita. Infatti, alcuni giorni dopo il ritorno dal viaggio, il suo ragazzo, o forse sarebbe meglio dire suo marito, le dice che deve parlarle, la fa sedere in soggiorno, la guarda dritto negli occhi e le confessa di avere una relazione da diversi mesi con un’altra persona, si scusa, prende le sue valigie preparate in precedenza e sparisce per sempre dalla sua vita, lasciandola lì, seduta in soggiorno con le lacrime che le rigano il viso. Roberta non se la passa bene, è al limite della depressione, ma anche se le cose sono andate come non dovevano cerca come può di ricucire i brandelli della propria vita. Se non che, tempo dopo, la sorte gli fa un altro regalino dei suoi, decide che è arrivato il momento di toglierle anche il lavoro, l’azienda per cui lavorava chiude e lei si ritrova a passare da un lavoretto all’altro per sbarcare con enorme difficoltà il lunario. Come dite? Se è finita qui? Ma certo che no, giorni fa incontro un amico che mi informa che anche la madre di Roberta se n’è andata poco tempo fa, complicazioni di una patologia che si portava dietro da anni. Ieri sera mi chiama un amico invitandomi a bere qualcosa a casa sua, così, abitando relativamente vicini decido di andarci a piedi e farmi una bella passeggiata. Mentre cammino osservo le vetrine chiuse dei negozi, ci sono coppiette di ragazzini che passeggiano mano nella mano, un signore anziano scopa per terra davanti al suo portone, un gruppetto di adolescenti fanno casino davanti all’entrata di un locale, in fondo alla via vedo una ragazza in bici che viene verso di me, quando è abbastanza vicina i nostri sguardi s’incrociano e anche se non ci vediamo da tanto tempo ci riconosciamo, è Roberta, e mentre ci scambiamo un ciao veloce le guardo il viso. La bocca accenna un sorriso non credibile, una specie di smorfia forzata che simula cortesia non riuscendoci, ma sono gli occhi che in un microsecondo mi trasmettono il suo vero stato d’animo, sono tristi, cerchiati come quelli di chi ha pianto tutto quello che c’era da piangere, e sfuggono lo sguardo degli altri per non essere scoperti, per cercare di non far trapelare la verità, che Roberta è in ginocchio adesso, ancora una volta la sorte ha voluto calcare la mano, con chi fondamentalmente non lo merita neanche un po’.

Punti di vista

Lui è un amico, se si può considerare amico uno con cui andavi in giro a quattordici anni e adesso vedi più o meno un paio di volte l’anno. Lei è sua moglie, ed è un’amica solo ed esclusivamente per il fatto che lui è un amico. Lui è uno che è sempre stato attento alla propria immagine, direi quasi maniacalmente attento, si allena come se dovesse fare chissà quale record olimpico ma lo fa solamente per risultare più bello. Lei, come lui, è una fissata con l’aspetto esteriore, niente allenamenti per lei, il suo settore è la cosmesi, da un hobby ha creato una professione, l’aspetto esteriore è diletto e mestiere. Quando avevo ancora un profilo Facebook non potevo non notare la loro smania di protagonismo, foto su foto di loro due al mare, in montagna, al parco, al bar, ovunque… Ovviamente nelle foto rispecchiano la coppia ideale, sorridenti, amorevoli, due piccioncini assolutamente perfetti e bellissimi. Stasera però, tornando a casa, mi cade l’occhio all’interno di un ristorante del centro. Avete presente quei ristoranti che grazie a delle vetrate enormi riesci a vedere l’interno? Ecco, mi cade l’occhio su un tavolo con due persone, mi avvicino per vedere meglio perché c’era qualcosa di familiare, erano proprio loro. Non stavano mangiando, ognuno con la testa china sul proprio smartphone, poi all’improvviso si scambiano due parole e dall’espressione seria e quasi annoiata dei due appare per magia un sorriso che io amo definire “da televendita”. Si saranno detti qualcosa di carino? Una romanticheria per riempire l’attesa? Un ti amo prepasto? No, semplicemente uno ha chiesto all’altra la posa per il selfie al ristorante nel quale è obbligatorio risultare assolutamente belli, felici e contenti, si, proprio come nelle favole. Subito dopo lo scatto sono però ripiombati sul proprio smartphone con la testa china e lo stesso ghigno annoiato e in silenzio… Ho sorriso, e mi sono di nuovo incamminato verso casa pensando che essere single non è poi così male…

Arte Moderna del nuovo millennio

Oggi, cercando di mettere in ordine tra le millemila cartelle del mio PC, mi si son palesate davanti alcune foto che scattai i primi giorni che vivevo oltralpe. Era un giorno che decisi di dedicare alla scoperta della città, mi piacciono un sacco quei giorni in cui decidi di metterti lo zaino in spalla e semplicemente te ne vai a passeggiare per una città che non conosci, così, senza meta, senza aspettarsi niente. Quindi camminando mi trovo davanti a questo particolare edificio, non sapendo precisamente di cosa si tratta prendo lo smartphone e Google Maps mi informa che mi trovo davanti alla Galleria d’Arte Moderna, cliccando sulle info scopro che è pure gratuita! In un batter d’occhio ero dentro a scuriosare di qua e di là… Al piano terra c’era una proiezione di un artista contemporaneo di cui non ricordo il nome, sono riuscito a resistere al documentario in inglese circa dieci minuti, poi dopo il terzo sbadiglio con rischio di slogatura alla mandibola ho optato per andare a vedere cosa proponevano i piani superiori. Salgo le scale e appena entro nella stanza mi si presenta davanti questo

Una specie di telaio in fil di ferro con un numero imprecisato di sacchetti di plastica appiccicati sopra… Continuando a fissarlo cercavo invano di riuscire a capirne il significato, la mia mente vagava tra l’inquinamento da plastica, il riciclo, i delfini che mangiano le buste di plastica perché le scambiano per meduse… poi ho deciso che era inutile continuare a farsi domande delle quali non m’interessava sapere la risposta. Quindi ho proseguito, speranzoso di vedere qualcosa di più artistico, e magari con un significato più chiaro, verso la prossima opera, questa

Ora, non so voi, ma a me quest’opera fa venire in mente una madre che ha lasciato i panni stesi in balia di due bambini di sei/sette anni muniti di confezione maxi di pennarelli Carioca… Cosa? Come? Vi chiedete cosa ci vedo di artistico? Bho, non ne ho la più pallida idea… Comunque passata anche questa opera d’arte mi avvio verso il capolavoro, lo scorgo da lontano e dentro di me penso “non ci posso credere”. Si signori eccolo

Come non immortalare in uno scatto cotanta meraviglia… Allora, cosa mi rappresenta? Ora io lo so che il mio cervello non è normale, e talvolta fa dei ragionamenti che non hanno né capo né coda, ma a me quelle in alto a destra sembrano tanto un paio di mutande sporche, e se ciò corrispondesse a realtà che cosa mai potrebbero essere quei ghirigori sulla tela? Si Signori, dopo questa associazione mentale non ho trattenuto le risa e me ne sono andato sghignazzando da solo come un deficiente tra gli sguardi sbigottiti dei presenti. E una volta fuori ho percepito chiaramente che io, l’Arte Moderna, non l’avrei mai capita…
PS: Se qualcuno sapesse spiegarmi cosa rappresentano tali opere sono pronto a ricredermi… forse…

Nick

Avevo iniziato a scrivere questo post come fosse una specie di biografia, dov’è nato, dove ha viaggiato, cos’ha fatto in vita, i successi, le sfighe, le collaborazioni, e infine il suicidio, che poi nessuno ha mai accertato lo fosse stato davvero. Poi ho capito che a uno come lui una semplice biografia non sarebbe stata addosso in maniera consona, non sarebbe stata il vestito giusto. Con lui intendo uno dei migliori cantautori che il Regno Unito abbia partorito, Nick Drake. Allora ho preferito lasciare a due testi l’onore di definire Nick, uno ci dice chi era, l’altro ci dice cosa faceva. Il primo è una poesia scritta dalla madre di Nick, Molly. Non so neanche se la poesia fosse stata scritta per lui, ma col senno di poi direi che gli calza a pennello, il titolo è “The Shell” ovvero “Il Guscio”.

Vivere ci cresce attorno,
come una pelle
per celarci l’esteriore desolazione,
poiché se sapessimo segnare
con chiarezza il punto più profondo,
saremmo morti molto prima
di giungere alla tomba.
Ma rigirandoci nel nostro guscio familiare,
di angosce, infelicità, e gioie striminzite,
cresciamo e prosperiamo,
vedendo raramente il buio fuori,
che certo porterebbe confusione ai nostri occhi.
Alcuni rompono il guscio.
Ci sono quelli che spingono le dita
attraverso quei friabili muri,
creando un foro.
E attraverso questo perfido squarcio,
fissano le ceneri del mondo
con occhi nudi.
Guardando sia fuori che dentro,
conoscendo sé stessi,
e smisurate cose oltre a sé.

Il secondo scritto è un estratto del libro “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby, e non so neanche se queste parole siano state scritte per lui ma ancora una volta sono perfette, descrivono perfettamente cosa faceva e cosa provi quando lo ascolti.

Se non l’avete sentito…è come se lui avesse condensato tutta la malinconia del mondo, tutte le batoste e i sogni inculati che hai lasciato svanire, come se avesse versato l’essenza in un bottiglino e l’avesse tappato.

E quando lui attacca a suonare e a cantare toglie il tappo, e sentite l’odore.

Rimanete inchiodati lì, alla sedia, come se fosse un muro di rumore e invece no- è fermo e silenzioso e non volete più respirare per paura di spaventarlo e farlo scappar via.

Se qualcuno volesse approfondire basta aprire Youtube e cercare le sue canzoni che forse sono il mezzo migliore per conoscerlo davvero. La canzone che segue è una registrazione di scarsa qualità fatta in casa di una delle sue più belle canzoni “Place to be”, se si riesce a non tenere conto della cattiva qualità della registrazione si può secondo me sentire l’arte di Nick, la perfezione della chitarra, la voce particolare, l’assenza di sbavature e l’armonia che questo genio riusciva a creare semplicemente prendendo una chitarra in mano.

Io ne ho viste cose che voi umani #4

Ho visto inetti alla guida della moto cadere tre volte nel giro di un mese, e con la spalla rotta davanti a una birra asserire di non essersi fatto troppo male grazie al fatto di saper guidare e quindi anche cadere…
Ho visto figlie che si ostinano a andare a convivere nell’appartamento sotto a quello della propria madre, sapendo benissimo che l’unica cosa per cui vive la vecchia è avere il controllo assoluto della vita della figlia, e quindi vedere conviventi maschi che dopo pochi mesi rinunciano facendo spazio al prossimo disperato che avrà l’enorme sfiga di conoscere la gentil pulzella…
Ho visto nonni che invitano nipoti a cena solo ed esclusivamente per esibirli come trofei davanti a vecchi amici e conoscenti, e poi li ho visti i mesi seguenti tornare a scordarsi di tali nipoti a tal punto che uno dei più piccoli neanche rammenta il nome del nonno…
Ho visto famiglie che quando sorge un problema nessuno ne parla, come se non parlandone il problema non esistesse…

E tutto ciò occuperà spazio nei miei ricordi, esigo un reset della memoria…